Il cosiddetto sistema MEADS – Medium Extended Air Defense System – è il nuovo programma di difesa antimissile a medio raggio che dovrebbe sostituire il sistema di difesa basato sui missili americani Patriot. Il programma – controllato direttamente dalla Nato attraverso un organismo denominato NAMEADSMO (NATO Medium Extended Air Defence System Management Organization) – vede coinvolti ovviamente gli Stati Uniti (finanziatori del 58% del progetto), in cooperazione soprattutto con l’Italia e la Germania. Il programma MEADS, infatti, è direttamente figlio di un consorzio d’imprese composto dalla statunitense Lockeed Martin, dalla pan-europea EADS (European Aeronautic Defense and Space Company) e dall’italiana MBDA Alenia.
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venerdì 18 novembre 2011
IL QATAR VUOLE ENTRARE NEL SISTEMA DI DIFESA "MEADS" PER DIFENDERSI DALL'IRAN
Il cosiddetto sistema MEADS – Medium Extended Air Defense System – è il nuovo programma di difesa antimissile a medio raggio che dovrebbe sostituire il sistema di difesa basato sui missili americani Patriot. Il programma – controllato direttamente dalla Nato attraverso un organismo denominato NAMEADSMO (NATO Medium Extended Air Defence System Management Organization) – vede coinvolti ovviamente gli Stati Uniti (finanziatori del 58% del progetto), in cooperazione soprattutto con l’Italia e la Germania. Il programma MEADS, infatti, è direttamente figlio di un consorzio d’imprese composto dalla statunitense Lockeed Martin, dalla pan-europea EADS (European Aeronautic Defense and Space Company) e dall’italiana MBDA Alenia. sabato 22 ottobre 2011
IL FUTURO DELL'ARABIA SAUDITA DOPO LA MORTE DEL SULTANO BIN ABDUL-AZIZ. CHI E' IL PRINCIPE NAYEF ?
E’ morto ad 86 anni in un ospedale di New York il Sultano dell’Arabia Saudita bin Abdul-Aziz al-Saud. Il Sultano, che in patria occupava la posizione di Vice Primo Ministro e di Ministro della Difesa e dell’Aviazione, era in linea di successione l’erede al trono della Casa Wahabita, destinato a prendere il posto di Re Abdullah. A questo punto è interessante capire chi potrebbe prendere il posto dell’attuale sovrano nel prossimo futuro, soprattutto considerando i cambiamenti che stanno investendo l’Arabia Saudita negli ultimi tempi. lunedì 25 luglio 2011
HAMAS SI RIARMA GRAZIE ALLA "PRIMAVERA ARABA" E ALLA GUERRA IN LIBIA
di Daniel Arbib Tiberi
La “Primavera araba” ha aperto la strada alla ribellione di molti giovani che, umiliati da anni di regime autoritario, hanno deciso di ribellarsi a sistemi corrotti e repressivi. Per un altro verso, però, la rivolta nei paesi mediorientali ha riportato al centro dello schema politico i partiti islamisti favorevoli alla sharia e ha creato un generale stato di anarchia nell’area che, per il momento, non è ancora possibile capire come terminerà. Uno degli effetti collaterali di questa situazione potrebbe essere l’arrivo di un enorme quantitativo di armamenti nella Striscia di Gaza. L’allarme è stato lanciato dall’intelligence israeliana e ripreso dal quotidiano progressista Haaretz.
La “Primavera araba” ha aperto la strada alla ribellione di molti giovani che, umiliati da anni di regime autoritario, hanno deciso di ribellarsi a sistemi corrotti e repressivi. Per un altro verso, però, la rivolta nei paesi mediorientali ha riportato al centro dello schema politico i partiti islamisti favorevoli alla sharia e ha creato un generale stato di anarchia nell’area che, per il momento, non è ancora possibile capire come terminerà. Uno degli effetti collaterali di questa situazione potrebbe essere l’arrivo di un enorme quantitativo di armamenti nella Striscia di Gaza. L’allarme è stato lanciato dall’intelligence israeliana e ripreso dal quotidiano progressista Haaretz.giovedì 21 luglio 2011
LO "SHALE GAS" RIVOLUZIONERÀ' LA GEOPOLITICA MONDIALE? LE PAURE DI MOSCA E TEHERAN.
di Daniel Arbib Tiberi
Probabilmente in pochi sapranno che cosa è lo “shale gas”, ovvero il gas che si estrae da un sedimento naturale (lo scisto) e che, secondo gli esperti è destinato a mutare completamente il mercato dell’energia nel prossimo futuro. In questo senso, una conferma importante è arrivata in questi giorni dai risultati dello studio del Baker Intitute for Public Polity cella Rice University. Il lavoro, intitolato per l’appunto “Shale Gas and U.S. National Security”, è stato finanziato molto significativamente dal Dipartimento per l’Energia degli Stati Uniti. Quali sono le conclusioni degli esperti del Baker Institute?
Probabilmente in pochi sapranno che cosa è lo “shale gas”, ovvero il gas che si estrae da un sedimento naturale (lo scisto) e che, secondo gli esperti è destinato a mutare completamente il mercato dell’energia nel prossimo futuro. In questo senso, una conferma importante è arrivata in questi giorni dai risultati dello studio del Baker Intitute for Public Polity cella Rice University. Il lavoro, intitolato per l’appunto “Shale Gas and U.S. National Security”, è stato finanziato molto significativamente dal Dipartimento per l’Energia degli Stati Uniti. Quali sono le conclusioni degli esperti del Baker Institute? martedì 19 luglio 2011
UN UOMO DI HEZBOLLAH ALLA GUIDA DELL'INTELLIGENCE LIBANESE?
di Daniel Arbib Tiberi
Alla fine il Gabinetto libanese, guidato dal nuovo Primo Ministro Najjb Mikati, ha nominato Abbas Ibrahim come nuovo Direttore del “General Security Directorate” (GSD), ovvero del servizio segreto del Libano. La nomina è importante per due motivi: in primis il ruolo di capo dei servizi segreti è sempre centrale nella vita istituzionale di un Paese (soprattutto uno Stato in crisi come il Libano); in secondo luogo, la nuova nomina decisa dal Governo Mikati è rilevante sotto il profilo degli equilibri interni del Paese dei Cedri, in considerazione del fatto che Abbas Ibrahim è visto da numerosi esponenti della coalizione “14 marzo” guidata dall’ex Premier Saad Hariri come una personalità eccessivamente legata ad Hezbollah.
Alla fine il Gabinetto libanese, guidato dal nuovo Primo Ministro Najjb Mikati, ha nominato Abbas Ibrahim come nuovo Direttore del “General Security Directorate” (GSD), ovvero del servizio segreto del Libano. La nomina è importante per due motivi: in primis il ruolo di capo dei servizi segreti è sempre centrale nella vita istituzionale di un Paese (soprattutto uno Stato in crisi come il Libano); in secondo luogo, la nuova nomina decisa dal Governo Mikati è rilevante sotto il profilo degli equilibri interni del Paese dei Cedri, in considerazione del fatto che Abbas Ibrahim è visto da numerosi esponenti della coalizione “14 marzo” guidata dall’ex Premier Saad Hariri come una personalità eccessivamente legata ad Hezbollah. lunedì 18 luglio 2011
PAKISTAN E IRAN: INCONTRARSI PER POI LASCIARSI?
di Daniel Arbib Tiberi
Qualche giorno fa Meir Javendafar, Presidente del centro Studi “Middle East Economic and Political Analysis Company” (meepas) e editorialista di numerosi quotidiani, ha scritto un interessantissimo articolo sul “The Atlantic” in merito alla nuova politica dell’Iran verso il Pakistan (il pezzo si intitola “Has Obama Pushed Pakistan Toward Iran?). Dopo l’uccisione di Osama Bin Laden, infatti, i rapporti speciali tra Stati Uniti e Pakistan si sono molto raffreddati. Islamabad ha rinfacciato all’alleato americano di aver agito senza preavvisare i servizi segreti pakistani (ISI) e ha espulso i consiglieri americani, mentre Washington ha fatto capire chiaro e tondo di aver scelto la via unilaterale perché consapevole di non potersi fidare dell’ISI (da sempre accusato di fare il doppio gioco verso la lotta al fondamentalismo islamico e al terrorismo).
Qualche giorno fa Meir Javendafar, Presidente del centro Studi “Middle East Economic and Political Analysis Company” (meepas) e editorialista di numerosi quotidiani, ha scritto un interessantissimo articolo sul “The Atlantic” in merito alla nuova politica dell’Iran verso il Pakistan (il pezzo si intitola “Has Obama Pushed Pakistan Toward Iran?). Dopo l’uccisione di Osama Bin Laden, infatti, i rapporti speciali tra Stati Uniti e Pakistan si sono molto raffreddati. Islamabad ha rinfacciato all’alleato americano di aver agito senza preavvisare i servizi segreti pakistani (ISI) e ha espulso i consiglieri americani, mentre Washington ha fatto capire chiaro e tondo di aver scelto la via unilaterale perché consapevole di non potersi fidare dell’ISI (da sempre accusato di fare il doppio gioco verso la lotta al fondamentalismo islamico e al terrorismo). martedì 12 luglio 2011
ANALISI: COSA STA ACCADENDO IN IRAN?
di Daniel Arbib Tiberi
Che cosa sta accadendo in Iran? Come è possibile spiegare lo scontro al vertice tra la Guida Suprema Ali Khamenei e il Presidente Ahmadinejad? Come è possibile che proprio Khamenei, a cui Ahmadinejad deve la rielezione del 2009, stia abbandonando il Presidente iraniano? Apparentemente, per chi non segue quotidianamente quanto accade in Iran, è difficile capire come si è arrivati a questa lotta di potere nella Repubblica Islamica. In verità, però, quanto sta accadendo ora rappresenta l’acme di una frattura ormai iniziata da qualche mese.
Che cosa sta accadendo in Iran? Come è possibile spiegare lo scontro al vertice tra la Guida Suprema Ali Khamenei e il Presidente Ahmadinejad? Come è possibile che proprio Khamenei, a cui Ahmadinejad deve la rielezione del 2009, stia abbandonando il Presidente iraniano? Apparentemente, per chi non segue quotidianamente quanto accade in Iran, è difficile capire come si è arrivati a questa lotta di potere nella Repubblica Islamica. In verità, però, quanto sta accadendo ora rappresenta l’acme di una frattura ormai iniziata da qualche mese.lunedì 11 luglio 2011
ECCO COME IL RIVOLUZIONARIO IRAN AIUTA I REGIMI IN SIRIA E IN LIBIA...
di Daniel Arbib Tiberi
Quando la “Primavera Araba” ha cominciato ad occupare le prime pagine di tutti i telegiornali internazionali, la Repubblica Islamica dell’Iran ha annunciato il suo sostegno ufficiale ai movimenti di rivolta popolare. A dispetto delle repressioni messe in atto dopo le elezioni presidenziali del 2009 in Iran, Teheran ha sostenuto pubblicamente che le rivolte arabe fossero direttamente ispirate dalla rivoluzione khomeinista del 1979 e ha “benedetto” i rivoltosi come dei martiri della libertà. Un’azione politica apparentemente comprensibile. Se non fosse per il fatto che, nella realtà, si è trattato di una benedizione impartita ad uso e consumo degli interessi geostrategici del regime guidato dall’Ayatollah Khamenei.
Quando la “Primavera Araba” ha cominciato ad occupare le prime pagine di tutti i telegiornali internazionali, la Repubblica Islamica dell’Iran ha annunciato il suo sostegno ufficiale ai movimenti di rivolta popolare. A dispetto delle repressioni messe in atto dopo le elezioni presidenziali del 2009 in Iran, Teheran ha sostenuto pubblicamente che le rivolte arabe fossero direttamente ispirate dalla rivoluzione khomeinista del 1979 e ha “benedetto” i rivoltosi come dei martiri della libertà. Un’azione politica apparentemente comprensibile. Se non fosse per il fatto che, nella realtà, si è trattato di una benedizione impartita ad uso e consumo degli interessi geostrategici del regime guidato dall’Ayatollah Khamenei. giovedì 7 luglio 2011
LA GERMANIA VENDE I TANK ALL'ARABIA SAUDITA E SI ALLONTANA DALL'IRAN
di Daniel Arbib Tiberi
La notizia sta creando numerose polemiche in Germania da qualche giorno: il Governo di Angela Merkel intende vendere all’Arabia Saudita 200 tank Leopard 2, carro armato prodotto dalla Krauss-Maffei Wegmann, in un accordo bilaterale dal valore di miliardi di euro. La notizia è stata diffusa inizialmente dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung (SZ) e confermata dopo alcuni giorni dal Vice Ministro dell’Economia della Germania Hans-Joachim Otto. Hans-Joachim Otto, da parte sua, ha rimandato al mittente le polemiche evidenziando come Riyadh rappresenti per Berlino “un super-potenza regionale”.
La notizia sta creando numerose polemiche in Germania da qualche giorno: il Governo di Angela Merkel intende vendere all’Arabia Saudita 200 tank Leopard 2, carro armato prodotto dalla Krauss-Maffei Wegmann, in un accordo bilaterale dal valore di miliardi di euro. La notizia è stata diffusa inizialmente dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung (SZ) e confermata dopo alcuni giorni dal Vice Ministro dell’Economia della Germania Hans-Joachim Otto. Hans-Joachim Otto, da parte sua, ha rimandato al mittente le polemiche evidenziando come Riyadh rappresenti per Berlino “un super-potenza regionale”.lunedì 27 giugno 2011
LE PAURE DI HEZBOLLAH...
di Daniel Arbib Tiberi
Le indiscrezioni parlano chiaro: le Nazioni Unite hanno intenzione di portare davanti al Tribunale Internazionale cinque membri del movimento Hezbollah (“Partito di dio”), con l’accusa di aver ucciso nel 2005 l’allora Premier libanese Rafiq Hariri. Se la notizia fosse confermata, si tratterebbe di un duro colpo per i miliziani sciiti che si troverebbero in serio imbarazzo non soltanto davanti alla Comunità Internazionale, ma soprattutto dinanzi al popolo libanese. Hezbollah, infatti, ha fatto della lotta al Tribunale Speciale Internazionale (TSI) instaurato dopo l’omicidio Hariri il centro di gravità della sua strategia politica nazionale e, proprio su questo aspetto, ha determinato la caduta del Governo Saad Hariri e la nomina a nuovo Premier libanese del filo iraniano Mikati.
Le indiscrezioni parlano chiaro: le Nazioni Unite hanno intenzione di portare davanti al Tribunale Internazionale cinque membri del movimento Hezbollah (“Partito di dio”), con l’accusa di aver ucciso nel 2005 l’allora Premier libanese Rafiq Hariri. Se la notizia fosse confermata, si tratterebbe di un duro colpo per i miliziani sciiti che si troverebbero in serio imbarazzo non soltanto davanti alla Comunità Internazionale, ma soprattutto dinanzi al popolo libanese. Hezbollah, infatti, ha fatto della lotta al Tribunale Speciale Internazionale (TSI) instaurato dopo l’omicidio Hariri il centro di gravità della sua strategia politica nazionale e, proprio su questo aspetto, ha determinato la caduta del Governo Saad Hariri e la nomina a nuovo Premier libanese del filo iraniano Mikati.venerdì 10 giugno 2011
GLI SCONTRI SUL GOLAN: L'ENNESIMO FALLIMENTARE TENTATIVO DEGLI ASSAD DI SALVARE IL LORO POTERE
di Daniel Arbib Tiberi
Lo scorso 5 giugno, sulle alture del Golan, un gruppo di palestinesi ha tentato di forzare il confine con Israele ed entrare nello Stato ebraico.
Il risultato, ovvio e naturale, è stato quello di uno scontro armato che ha portato alla morte di diversi manifestanti. Le persone decedute, al contrario di quello che sostiene l’agenzia di stampa siriana Sanaa, non sarebbero ventitré ma tredici, molti dei quali morti saltando su una mina posta sulle Alture dagli stessi militari siriani. L’azione è stata una chiara provocazione da parte del regime siriano nel tentativo di spostare l’attenzione internazionale dalle proteste interne, ad un più generale conflitto esterno.
Lo scorso 5 giugno, sulle alture del Golan, un gruppo di palestinesi ha tentato di forzare il confine con Israele ed entrare nello Stato ebraico.Il risultato, ovvio e naturale, è stato quello di uno scontro armato che ha portato alla morte di diversi manifestanti. Le persone decedute, al contrario di quello che sostiene l’agenzia di stampa siriana Sanaa, non sarebbero ventitré ma tredici, molti dei quali morti saltando su una mina posta sulle Alture dagli stessi militari siriani. L’azione è stata una chiara provocazione da parte del regime siriano nel tentativo di spostare l’attenzione internazionale dalle proteste interne, ad un più generale conflitto esterno.
lunedì 30 maggio 2011
LE RELAZIONI TRA STATI UNITI E PAKISTAN DOPO L' "OPERAZIONE GERONIMO"
di Daniel Arbib Tiberi

La morte di Bin Laden è stata un importante colpo per la rete terroristica di Al-Qaeda. Nonostante la nomina di un successore da parte de “La Base”, numerosi analisti hanno predetto una parabola discendente dell’organizzazione radicale sunnita (tra questi Fareed Zakaria). L’operazione dei Navy Seals – un’azione tecnicamente perfetta – ha determinato, però, una crisi diplomatica tra Stati Uniti e Pakistan: la decisione di uccidere il leader di Al Qaeda, infatti, è partita direttamente da Washington e non è stata condivisa in alcun modo con le autorità di Islamabad. Al contrario, la decisione unilaterale della Casa Bianca è stata una chiara dimostrazione della sfiducia americana verso l’alleato pachistano, da sempre accusato di avere un atteggiamento ambivalente nei confronti del supporto al radicalismo islamico.

La morte di Bin Laden è stata un importante colpo per la rete terroristica di Al-Qaeda. Nonostante la nomina di un successore da parte de “La Base”, numerosi analisti hanno predetto una parabola discendente dell’organizzazione radicale sunnita (tra questi Fareed Zakaria). L’operazione dei Navy Seals – un’azione tecnicamente perfetta – ha determinato, però, una crisi diplomatica tra Stati Uniti e Pakistan: la decisione di uccidere il leader di Al Qaeda, infatti, è partita direttamente da Washington e non è stata condivisa in alcun modo con le autorità di Islamabad. Al contrario, la decisione unilaterale della Casa Bianca è stata una chiara dimostrazione della sfiducia americana verso l’alleato pachistano, da sempre accusato di avere un atteggiamento ambivalente nei confronti del supporto al radicalismo islamico.
martedì 3 maggio 2011
LA MORTE DI BIN LADEN: CERTEZZE E RIFLESSIONI
di Daniel Arbib Tiberi
Domenica notte (alle 23 circa negli Stati Uniti) il Presidente americano si è rivolto alla nazione per un discorso urgente sulla sicurezza nazionale: Bin Laden, il creatore di al-Qaeda e il terribile principale responsabile delle stragi dell’11 settembre 2001 era morto, ucciso da un commando dei Navy Seal in una operazione segreta avvenuta in Pakistan, a 50 kilometri dalla capitale Islamabad. Immediatamente dopo l’annuncio, la notizia ha provocato numerose discussioni che, probabilmente, saranno linfa vitale ancora per anni per tutti quelli che amano la dietrologia. D’altronde, anche importanti quotidiani nazionali hanno pubblicato diversi articoli in cui, tutte le contraddizioni dell’operazione sono messe in evidenza, favorendo, indubbiamente, una discutibile speculazione sulla notizia principale.
Domenica notte (alle 23 circa negli Stati Uniti) il Presidente americano si è rivolto alla nazione per un discorso urgente sulla sicurezza nazionale: Bin Laden, il creatore di al-Qaeda e il terribile principale responsabile delle stragi dell’11 settembre 2001 era morto, ucciso da un commando dei Navy Seal in una operazione segreta avvenuta in Pakistan, a 50 kilometri dalla capitale Islamabad. Immediatamente dopo l’annuncio, la notizia ha provocato numerose discussioni che, probabilmente, saranno linfa vitale ancora per anni per tutti quelli che amano la dietrologia. D’altronde, anche importanti quotidiani nazionali hanno pubblicato diversi articoli in cui, tutte le contraddizioni dell’operazione sono messe in evidenza, favorendo, indubbiamente, una discutibile speculazione sulla notizia principale. venerdì 29 aprile 2011
EDIZIONE STRAORDINARIA - L'ATTENTATO IN MAROCCO: UNA VITTIMA ANNUNCIATA
di Daniel Arbib Tiberi
Il 28 aprile il Mediterraneo è stato scosso dalla tragica notizia dell’attentato in un bar della città di Marrakesh, da sempre centro turistico per eccellenza del Marocco. Il tragico accadimento ha causato, purtroppo, la morte di 16 turisti, di cui 6 francesi, 1 olandese e 2 israeliani (una coppia in viaggio nel Paese in occasione della Pasqua ebraica. Purtroppo, secondo le informazioni, la donna deceduta era anche in attesa di un figlio). Chi ha colpito il Marocco? E’ questa la domanda che in queste ora si stanno facendo gli esperti di antiterrorismo del Paese arabo e dell’Interpol.
Il 28 aprile il Mediterraneo è stato scosso dalla tragica notizia dell’attentato in un bar della città di Marrakesh, da sempre centro turistico per eccellenza del Marocco. Il tragico accadimento ha causato, purtroppo, la morte di 16 turisti, di cui 6 francesi, 1 olandese e 2 israeliani (una coppia in viaggio nel Paese in occasione della Pasqua ebraica. Purtroppo, secondo le informazioni, la donna deceduta era anche in attesa di un figlio). Chi ha colpito il Marocco? E’ questa la domanda che in queste ora si stanno facendo gli esperti di antiterrorismo del Paese arabo e dell’Interpol. mercoledì 27 aprile 2011
LO SCONTRO AL VERTICE TRA KHAMENEI E AHMADINEJAD PER IL CONTROLLO DELL'IRAN
di Daniel Arbib Tiberi
E’ crisi istituzionale in Iran. Secondo diversi analisti, infatti, ci sarebbe un conflitto di poteri in atto tra la Guida Suprema Khamenei (sostenuto dai clerici conservatori) e il Presidente Ahmadinejad (spinto soprattutto dal suo capo di Gabinetto e genero Mashaei).
Va precisato che la crisi di poteri, in realtà, in Iran è in atto da mese. Se è vero, infatti, che del movimento riformista si sente ormai parlare poco, nell’universo conservatore iraniano è nota la spaccatura tra l’ala oltranzista di Ahmadinejad (prevalentemente nazionalista e militarista) e l’ala “religiosa” allo speaker del Parlamento Ali Larijani, legata a doppio filo ai religiosi della città santa di Qom (di cui il recente siluramento dell’ex Ministro degli Esteri Mottaki è stato un eloquente esempio).
E’ crisi istituzionale in Iran. Secondo diversi analisti, infatti, ci sarebbe un conflitto di poteri in atto tra la Guida Suprema Khamenei (sostenuto dai clerici conservatori) e il Presidente Ahmadinejad (spinto soprattutto dal suo capo di Gabinetto e genero Mashaei). Va precisato che la crisi di poteri, in realtà, in Iran è in atto da mese. Se è vero, infatti, che del movimento riformista si sente ormai parlare poco, nell’universo conservatore iraniano è nota la spaccatura tra l’ala oltranzista di Ahmadinejad (prevalentemente nazionalista e militarista) e l’ala “religiosa” allo speaker del Parlamento Ali Larijani, legata a doppio filo ai religiosi della città santa di Qom (di cui il recente siluramento dell’ex Ministro degli Esteri Mottaki è stato un eloquente esempio).
lunedì 28 febbraio 2011
LE "RIVOLUZIONI" IN EGITTO E LIBIA: UN QUADRO DEI POSSIBILI SCENARI FUTURI.
di Daniel Arbib Tiberi
Il Mediterraneo continua a essere in fermento e, nonostante la cacciata di alcuni autocrati al potere, risulta ancora difficile capire come si evolveranno le “rivoluzioni” in corso. Una precisazione va fatta: il termine rivoluzione va usato con estrema cautela, in considerazione del fatto che quanto sta avvenendo, non sta determinando un cambio radicale delle elite al potere. Son due i casi che maggiormente interessano e preoccupano la Comunità Internazionale: l’Egitto e la Libia. In Egitto ormai Mubarak è il passato, ma la sua caduta è stata determinata prevalentemente dal passaggio dei militari con la folla in piazza e, in questo momento, il Governo è proprio in mano all’esercito.
Il Mediterraneo continua a essere in fermento e, nonostante la cacciata di alcuni autocrati al potere, risulta ancora difficile capire come si evolveranno le “rivoluzioni” in corso. Una precisazione va fatta: il termine rivoluzione va usato con estrema cautela, in considerazione del fatto che quanto sta avvenendo, non sta determinando un cambio radicale delle elite al potere. Son due i casi che maggiormente interessano e preoccupano la Comunità Internazionale: l’Egitto e la Libia. In Egitto ormai Mubarak è il passato, ma la sua caduta è stata determinata prevalentemente dal passaggio dei militari con la folla in piazza e, in questo momento, il Governo è proprio in mano all’esercito.mercoledì 9 febbraio 2011
QUANTO PIACE LA RIVOLUZIONE EGIZIANA A TEHERAN?
di Daniel Arbib Tiberi
Il Medioriente è in rivolta e, certamente, comunque vadano a finire i processi in atto, la geopolitica della regione subirà una mutazione non indifferente. Tunisia, Algeria, Yemen ed Egitto hanno già, più o meno radicalmente, mutato i loro regimi politici, mentre in Giordania e Siria sono state avviate una serie di riforme atte a prevenire le rivolte di massa (se a Damasco il processo pare riuscito, ad Amman ancora si vive nella paura). Il Mediterraneo, insomma, è in movimento e, più di tutti, è il caso egiziano che preoccupa gli osservatori.
Il Medioriente è in rivolta e, certamente, comunque vadano a finire i processi in atto, la geopolitica della regione subirà una mutazione non indifferente. Tunisia, Algeria, Yemen ed Egitto hanno già, più o meno radicalmente, mutato i loro regimi politici, mentre in Giordania e Siria sono state avviate una serie di riforme atte a prevenire le rivolte di massa (se a Damasco il processo pare riuscito, ad Amman ancora si vive nella paura). Il Mediterraneo, insomma, è in movimento e, più di tutti, è il caso egiziano che preoccupa gli osservatori. giovedì 13 gennaio 2011
HEZBOLLAH RITIRA I SUOI MINISTRI DAL GOVERNO: UN CHIARO MESSAGGIO ALLA SIRIA...
di Daniel Arbib Tiberi
Ancora una volta il Libano rischia di precipitare nel caos. Con l’avvicinarsi della sentenza del Tribunale Speciale Internazionale (TSI), presieduto dall’Olanda dall’italiano Sabino Cassese, l’opposizione libanese capitanata da Hezbollah ha fatto muro: i dieci Ministri del Governo legati al “Partito di Dio” hanno rassegnato le loro dimissioni, proprio mentre il Primo Ministro libanese Saad Hariri si trovava negli Stati Uniti per cercare una mediazione americana. Davanti alla probabile condanna di Hezbollah da parte del TSI, i miliziani sciiti hanno chiesto al Premier di sfiduciare il tribunale e di prendere una posizione chiara a favore del movimento islamico.
Ancora una volta il Libano rischia di precipitare nel caos. Con l’avvicinarsi della sentenza del Tribunale Speciale Internazionale (TSI), presieduto dall’Olanda dall’italiano Sabino Cassese, l’opposizione libanese capitanata da Hezbollah ha fatto muro: i dieci Ministri del Governo legati al “Partito di Dio” hanno rassegnato le loro dimissioni, proprio mentre il Primo Ministro libanese Saad Hariri si trovava negli Stati Uniti per cercare una mediazione americana. Davanti alla probabile condanna di Hezbollah da parte del TSI, i miliziani sciiti hanno chiesto al Premier di sfiduciare il tribunale e di prendere una posizione chiara a favore del movimento islamico. lunedì 3 gennaio 2011
L'ATTENTATO ALLA COMUNITA' COPTA IN EGITTO: TRA PERSECUZIONE RELIGIOSA E STRATEGIA POLITICA
di Daniel Arbib Tiberi
Il nuovo anno è cominciato in maniera drammatica per l’Egitto: una fortissima esplosione, infatti, ha colpito la Chiesa copta di Alessandria d’Egitto, provocando la morte di 22 persone la cui unica colpa era quella di essersi riuniti per pregare insieme e celebrare il 2011. Immediatamente dopo l’attentato, l’Egitto è entrato nel caos. I copti, simbolo stesso dell’Egitto, sono scesi in strada per manifestare contro il Governo e le discriminazioni che subiscono da parte di una frangia della popolazione mussulmana.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: chi aveva interesse a colpire la Comunità copta e per quale motivo? A questa domanda è possibile dare almeno due risposte di diversa natura.
Il nuovo anno è cominciato in maniera drammatica per l’Egitto: una fortissima esplosione, infatti, ha colpito la Chiesa copta di Alessandria d’Egitto, provocando la morte di 22 persone la cui unica colpa era quella di essersi riuniti per pregare insieme e celebrare il 2011. Immediatamente dopo l’attentato, l’Egitto è entrato nel caos. I copti, simbolo stesso dell’Egitto, sono scesi in strada per manifestare contro il Governo e le discriminazioni che subiscono da parte di una frangia della popolazione mussulmana. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: chi aveva interesse a colpire la Comunità copta e per quale motivo? A questa domanda è possibile dare almeno due risposte di diversa natura.
martedì 23 novembre 2010
COREA DEL NORD E DEL SUD ALLO SCONTRO. LE DUE POSSIBILI MOTIVAZIONI
di Daniel Arbib Tiberi
Il 23 novembre, alle ore 2.30 del mattino, l’artiglieria di Pyongyang ha attaccato l’isola Yeonpyeongo, distante solo 12 chilometri dalla Repubblica comunista ma appartenente a Seoul. I colpi, centinaia, hanno costretto gli abitanti della zona a fuggire, hanno incendiato case e, purtroppo, hanno causato due vittime (due giovani marines sudcoreani). La Corea del Sud, da parte sua, ha immediatamente risposto al fuoco, attaccando il Nord con caccia F-35, sparando circa 80 colpi.
Il 23 novembre, alle ore 2.30 del mattino, l’artiglieria di Pyongyang ha attaccato l’isola Yeonpyeongo, distante solo 12 chilometri dalla Repubblica comunista ma appartenente a Seoul. I colpi, centinaia, hanno costretto gli abitanti della zona a fuggire, hanno incendiato case e, purtroppo, hanno causato due vittime (due giovani marines sudcoreani). La Corea del Sud, da parte sua, ha immediatamente risposto al fuoco, attaccando il Nord con caccia F-35, sparando circa 80 colpi.
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