Dove va l’Unione Europea? Dare una risposta a questa domanda, in questo momento, risulta davvero difficile. I Paesi dell’area del Mediterraneo rimangono estremamente fragili e, quanto successo alla Grecia, potrebbe accadere in Spagna, Portogallo e in Italia. Alla prova dei conti, davanti ad una crisi vera, piuttosto che trovare una soluzione comune l’UE si sta spaccando in due tronconi: quanti ritengono giusto aiutare Atene a risollevarsi economicamente e, sul fronte opposto, quanti ritengono che il Governo greco debba agire praticamente da solo.
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giovedì 18 marzo 2010
NON LASCIAMO CHE L'EUROPA RITORNI IN PASTO AI NAZIONALISMI
di Daniel Arbib Tiberi
Dove va l’Unione Europea? Dare una risposta a questa domanda, in questo momento, risulta davvero difficile. I Paesi dell’area del Mediterraneo rimangono estremamente fragili e, quanto successo alla Grecia, potrebbe accadere in Spagna, Portogallo e in Italia. Alla prova dei conti, davanti ad una crisi vera, piuttosto che trovare una soluzione comune l’UE si sta spaccando in due tronconi: quanti ritengono giusto aiutare Atene a risollevarsi economicamente e, sul fronte opposto, quanti ritengono che il Governo greco debba agire praticamente da solo.
Dove va l’Unione Europea? Dare una risposta a questa domanda, in questo momento, risulta davvero difficile. I Paesi dell’area del Mediterraneo rimangono estremamente fragili e, quanto successo alla Grecia, potrebbe accadere in Spagna, Portogallo e in Italia. Alla prova dei conti, davanti ad una crisi vera, piuttosto che trovare una soluzione comune l’UE si sta spaccando in due tronconi: quanti ritengono giusto aiutare Atene a risollevarsi economicamente e, sul fronte opposto, quanti ritengono che il Governo greco debba agire praticamente da solo. lunedì 1 marzo 2010
IL VERTICE DI DAMASCO E LA STRATEGIA DELLA SIRIA
di Daniel Arbib Tiberi
Il 25 febbraio scorso, si è svolto a Damasco un importante Vertice per il rafforzamento del fronte anti-occidentale. Il Presidente siriano Bashir al-Assad, infatti, ha ricevuto la visita del Presidente iraniano Mahumoud Ahmadinejad e del Segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah.
Durante questa visita, il Presidente iraniano ha incontrato privatamente anche il leader di Hamas in esilio Khaled Meshaal, il Segretario generale della Jihad Islamica palestinese Ziad Nahla e Ahmed Jibril, fondatore e leader del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina-Comando Generale (FPLP-CG).
Il 25 febbraio scorso, si è svolto a Damasco un importante Vertice per il rafforzamento del fronte anti-occidentale. Il Presidente siriano Bashir al-Assad, infatti, ha ricevuto la visita del Presidente iraniano Mahumoud Ahmadinejad e del Segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah. Durante questa visita, il Presidente iraniano ha incontrato privatamente anche il leader di Hamas in esilio Khaled Meshaal, il Segretario generale della Jihad Islamica palestinese Ziad Nahla e Ahmed Jibril, fondatore e leader del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina-Comando Generale (FPLP-CG).
venerdì 26 febbraio 2010
E INTANTO A CUBA SI CONTINUA A MORIRE...
di Daniel Arbib Tiberi
E’ morto, all’ospedale dell’Avana, Orlando Zapata Tamayo, 42 anni, dissidente cubano. Zapata, accusato di essere un mercenario e di vilipendio della figura del comandante Fidel Castro, era stato condannato a 36 anni di carcere e faceva parte di un gruppo di 75 oppositori al regime comunista cubano arrestati nel 2003 e condannati, quasi tutti, a decine di anni di prigione.
E’ morto, all’ospedale dell’Avana, Orlando Zapata Tamayo, 42 anni, dissidente cubano. Zapata, accusato di essere un mercenario e di vilipendio della figura del comandante Fidel Castro, era stato condannato a 36 anni di carcere e faceva parte di un gruppo di 75 oppositori al regime comunista cubano arrestati nel 2003 e condannati, quasi tutti, a decine di anni di prigione. martedì 9 febbraio 2010
FOCUS UCRAINA: LA VITTORIA DI YANUKOVICH? UNO SCHIAFFO ALL'ILLUSIONE ANTIRUSSA
venerdì 5 febbraio 2010
INTANTO CON L'IRAN IL TEMPO STRINGE...
di Daniel Arbib Tiberi
Il viaggio di Berlusconi in Israele, ha decisamente lasciato il segno. Dopo l’intervista rilasciata ad Haaretz e dopo la proposta di ingresso di Israele nell’Unione Europea, mercoledì c’è stato il durissimo discorso del Presidente del Consiglio italiano alla Knesset, il Parlamento israeliano...
Il viaggio di Berlusconi in Israele, ha decisamente lasciato il segno. Dopo l’intervista rilasciata ad Haaretz e dopo la proposta di ingresso di Israele nell’Unione Europea, mercoledì c’è stato il durissimo discorso del Presidente del Consiglio italiano alla Knesset, il Parlamento israeliano... mercoledì 3 febbraio 2010
ISRAELE NELL'UNIONE EUROPEA? E' ANCORA UN SOGNO...
di Daniel Arbib Tiberi
Israele nell’Unione Europea. Questo il desiderio espresso da Silvio Berlusconi, appena atterrato in Israele, accolto dagli onori di tutte le più alte autorità locali. Un desiderio, ha detto il Primo Ministro italiano, derivato soprattutto dai valori, culturali e politici, che accomunano lo Stato ebraico con il Vecchio Continente...
Israele nell’Unione Europea. Questo il desiderio espresso da Silvio Berlusconi, appena atterrato in Israele, accolto dagli onori di tutte le più alte autorità locali. Un desiderio, ha detto il Primo Ministro italiano, derivato soprattutto dai valori, culturali e politici, che accomunano lo Stato ebraico con il Vecchio Continente...lunedì 1 febbraio 2010
L'INTERVISTA DI BERLUSCONI AD HAARETZ: UNA POSSIBILE INTERPRETAZIONE
di Daniel Arbib Tiberi
Ha generato molto scalpore l’intervista del Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, al quotidiano progressista Haaretz. Incalzato dal giornalista locale, Berlusconi ha rimarcato la forte amicizia dell’Italia con Israele, ha sottolineato come egli abbia il merito di aver cambiato la politica italiana in Medioriente ma, allo stesso tempo, ha sottolineato come Gerusalemme debba restituire il Golan alla Siria e fermare la politica degli insediamenti nella Cisgiordania...
Ha generato molto scalpore l’intervista del Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, al quotidiano progressista Haaretz. Incalzato dal giornalista locale, Berlusconi ha rimarcato la forte amicizia dell’Italia con Israele, ha sottolineato come egli abbia il merito di aver cambiato la politica italiana in Medioriente ma, allo stesso tempo, ha sottolineato come Gerusalemme debba restituire il Golan alla Siria e fermare la politica degli insediamenti nella Cisgiordania...mercoledì 27 gennaio 2010
LA GIORNATA DELLA MEMORIA: UN PONTE PER UN MONDO DIVERSO
di Daniel Arbib Tiberi
Con la legge 211 del 20 luglio del 2000, il Parlamento italiano, decise solennemente l’istituzione di una “Giornata della Memoria”. Una giornata per ricordare tutti coloro che furono deportati nei campi di concentramento nazisti. La scelta del 27 gennaio come data simbolo, coincide con la liberazione, da parte dei militari dell’Unione Sovietica, del campo di concentramento di Auschwitz. Quel giorno, quando i soldati dell’Armata Rossa aprirono i cancelli del campo, si trovarono davanti un cumulo di cadaveri accatastati e un gruppo di sopravvissuti cui era stata tolta ogni parvenza di umanità e dignità.
Da quando questa giornata è stata istituita, sono moltissime le iniziative pubbliche di ricordo. Momenti che vedono la partecipazione delle più alte istituzioni, le toccanti testimonianze dei pochi sopravvissuti ancora in vita e un ruolo attivo da parte delle scuole del Paese.
Nonostante tutto, ci sono ancora molti che criticano l’istituzione della “Giornata della Memoria”. Questo, per diverse ragioni. C’è chi ritiene, molto nobilmente, che ogni giorno sia una “Giornata della Memoria”, c’è chi ritiene che non si possano ricordare solo alcuni massacri della storia e c’è chi, più vigliaccamente, nega l’esistenza dei campi di concentramento e delle camere a gas.
Ha un senso allora la “Giornata della Memoria”? Ha un senso fermarci un giorno per ricordare quel che è stato? Perché ricordare particolarmente la Shoah ? Cerchiamo di rispondere punto per punto.
Perché istituire la “Giornata della Memoria”? Scegliere di dedicare un giorno intero al ricordo, chiaramente, non significa dimenticare il passato durante tutti gli altri giorni dell’anno. Significa però fermarsi un minuto dalla quotidianità della vita e trovare il tempo per riflettere su quello che è stato, su ciò che l’umanità ha prodotto nel corso degli anni.
Perché però ricordare con particolare attenzione la Shoah? Non siamo a conoscenza, purtroppo, di tantissimi massacri? Premesso che nessun massacro dovrebbe essere dimenticato, l’Olocausto nazista assume nella storia un ruolo particolarmente rilevante. Questo sia perché tenta di mettere in pratica l’eliminazione programmata di un intero popolo – quello ebraico – e sia perché, la vittoria contro Hitler, permise agli alleati di creare un mondo nuovo, un sistema di relazioni internazionali che, per quanto imperfetto, è oggi sicuramente molto più democratico di quanto lo era allora. La “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 10 dicembre del 1948, rappresenta, in tal senso, l’esempio più lampante di un Bene assoluto nato da un male assoluto.
L’Olocausto perciò, assume politicamente la valenza di un “ponte”. Un passaggio dalla barbarie alla civiltà. Una civiltà che non può più accettare silenziosamente che qualcosa di simile possa accadere nuovamente e che tutela l’uomo nella sua dignità di essere umano. Purtroppo, inutile negarlo, nel corso degli anni abbiamo assistito passivamente ad altri crimini davanti ai quali, la Comunità Internazionale, non ha saputo rispondere a dovere (si pensi al Rwanda). Di questo dobbiamo tutti assumercene le dovute responsabilità.
Un “Giorno della Memoria” quindi per riflettere. Un giorno che serva ad ascoltare la testimonianza di coloro che hanno vissuto di persona il male, un giorno che serva a noi stessi per imparare e, soprattutto, un giorno che sia utile a tutti per non ripetere.
La “Giornata della Memoria”, infine, ci permette anche di rendere omaggio a tutti quei coraggiosi che, dinnanzi al male, scelsero di cercare la vera giustizia. Questo, anche a discapito della loro vita. Un’antica leggenda ebraica narra che al mondo, in ogni epoca, esistono dei Giusti. E’ grazie a costoro che, ogni giorno, D-o decide di non distruggere il mondo. A tutti questi eroi possiamo dire solo una cosa: grazie.
Con la legge 211 del 20 luglio del 2000, il Parlamento italiano, decise solennemente l’istituzione di una “Giornata della Memoria”. Una giornata per ricordare tutti coloro che furono deportati nei campi di concentramento nazisti. La scelta del 27 gennaio come data simbolo, coincide con la liberazione, da parte dei militari dell’Unione Sovietica, del campo di concentramento di Auschwitz. Quel giorno, quando i soldati dell’Armata Rossa aprirono i cancelli del campo, si trovarono davanti un cumulo di cadaveri accatastati e un gruppo di sopravvissuti cui era stata tolta ogni parvenza di umanità e dignità.Da quando questa giornata è stata istituita, sono moltissime le iniziative pubbliche di ricordo. Momenti che vedono la partecipazione delle più alte istituzioni, le toccanti testimonianze dei pochi sopravvissuti ancora in vita e un ruolo attivo da parte delle scuole del Paese.
Nonostante tutto, ci sono ancora molti che criticano l’istituzione della “Giornata della Memoria”. Questo, per diverse ragioni. C’è chi ritiene, molto nobilmente, che ogni giorno sia una “Giornata della Memoria”, c’è chi ritiene che non si possano ricordare solo alcuni massacri della storia e c’è chi, più vigliaccamente, nega l’esistenza dei campi di concentramento e delle camere a gas.
Ha un senso allora la “Giornata della Memoria”? Ha un senso fermarci un giorno per ricordare quel che è stato? Perché ricordare particolarmente la Shoah ? Cerchiamo di rispondere punto per punto.
Perché istituire la “Giornata della Memoria”? Scegliere di dedicare un giorno intero al ricordo, chiaramente, non significa dimenticare il passato durante tutti gli altri giorni dell’anno. Significa però fermarsi un minuto dalla quotidianità della vita e trovare il tempo per riflettere su quello che è stato, su ciò che l’umanità ha prodotto nel corso degli anni.
Perché però ricordare con particolare attenzione la Shoah? Non siamo a conoscenza, purtroppo, di tantissimi massacri? Premesso che nessun massacro dovrebbe essere dimenticato, l’Olocausto nazista assume nella storia un ruolo particolarmente rilevante. Questo sia perché tenta di mettere in pratica l’eliminazione programmata di un intero popolo – quello ebraico – e sia perché, la vittoria contro Hitler, permise agli alleati di creare un mondo nuovo, un sistema di relazioni internazionali che, per quanto imperfetto, è oggi sicuramente molto più democratico di quanto lo era allora. La “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 10 dicembre del 1948, rappresenta, in tal senso, l’esempio più lampante di un Bene assoluto nato da un male assoluto.
L’Olocausto perciò, assume politicamente la valenza di un “ponte”. Un passaggio dalla barbarie alla civiltà. Una civiltà che non può più accettare silenziosamente che qualcosa di simile possa accadere nuovamente e che tutela l’uomo nella sua dignità di essere umano. Purtroppo, inutile negarlo, nel corso degli anni abbiamo assistito passivamente ad altri crimini davanti ai quali, la Comunità Internazionale, non ha saputo rispondere a dovere (si pensi al Rwanda). Di questo dobbiamo tutti assumercene le dovute responsabilità.
Un “Giorno della Memoria” quindi per riflettere. Un giorno che serva ad ascoltare la testimonianza di coloro che hanno vissuto di persona il male, un giorno che serva a noi stessi per imparare e, soprattutto, un giorno che sia utile a tutti per non ripetere.
La “Giornata della Memoria”, infine, ci permette anche di rendere omaggio a tutti quei coraggiosi che, dinnanzi al male, scelsero di cercare la vera giustizia. Questo, anche a discapito della loro vita. Un’antica leggenda ebraica narra che al mondo, in ogni epoca, esistono dei Giusti. E’ grazie a costoro che, ogni giorno, D-o decide di non distruggere il mondo. A tutti questi eroi possiamo dire solo una cosa: grazie.
venerdì 15 gennaio 2010
LITIO: IL PETROLIO DEL NUOVO MILLENNIO?
di Daniel Arbib Tiberi
Ai più, il simbolo LI, non dirà nulla. Conviene però cominciare subito a prendere confidenza con queste due lettere perché il “Litio”, simbolo chimico LI appunto, potrebbe rappresentare la ricchezza del Ventunesimo millennio.
Il Litio, il metallo più leggero presente in natura, è infatti l’elemento più usato per produrre le batterie per cellulari, laptop (i computer portatili), iPhone, Blackberry e numerosi altri utensili, alimentati a batterie, di uso comune.
Nel nostro pianeta, il Litio è presente in quantità elevata e si estrae prevalentemente dai laghi salati, ma anche da rocce ignee. L’aspetto più interessante, per quanto attiene alla geopolitica, è quello legato alle zone geografiche dove il Litio è maggiormente presente.
In tal senso, è l’America Latina a farla da padrone. Infatti, almeno il 50% delle riserve di Litio, si trova in Bolivia presso i grandi laghi salati, in particolar modo il Salar de Uyuni (nel sudest del Paese). La zona è circondata da catene montuose e si trova nei pressi del vulcano attivo di Tunupa (che contribuisce a fornire Litio al lago). Il Litio boliviano è commercialmente sfruttabile, ma richiede ancora alti investimenti in tecnologia per la sua estrazione.
Infatti, l’elevata altitudine - oltre 3600 metri – e l’alto contenuto di magnesio delle acque, obbligano il Paese sudamericano a dover investire ancora per usufruire veramente di questa ricchezza. In tal senso si sta aprendo la disputa tra grandi multinazionali e Governo boliviano: il Presidente Morales infatti, è restio ad accettare offerte straniere per lo sfruttamento del Litio (come quella della grande holding francese Havas, che ha offerto 1,2 miliardi di dollari) e preferirebbe favorire la popolazione indigena locale che però, ovviamente, non dispone dei necessari mezzi economici.
Il secondo grande deposito di Litio, quello commercialmente più sfruttato, è in Cile, presso il Salar de Atacama (che, si ritiene contenga oltre 3 milioni di tonnellate di Litio). La minore altitudine - circa 2300 metri - permette, in questo caso, una facile commercializzazione di questa preziosa risorsa e, non casualmente, la società più solida nel mercato del Litio è la cilena Sociedad Quimica y Minera (SQM). La SQM, detiene oltre il 30% della produzione mondiale di Litio e, il suo titolo, è cresciuto, solo nell’ultimo anno, del 30%, alla Borsa di New York.
Se alle riserve della regione andina, aggiungiamo le riserve del grande lago salato Zhabuye in Tibet, si capisce facilmente che, nel prossimo futuro, quello del Litio potrebbe diventare una questione estremamente delicata nel futuro equilibrio delle relazioni internazionali.
La tecnologia, l’auto elettrica (obiettivo del Presidente americano Barack Obama che, per questo progetto, ha stanziato oltre 2 miliardi di dollari), le grandi multinazionali (come Lg, Siemens, Mitsubishi, Sony) e la speculazione in Borsa, rischiano davvero di generare una competizione senza confini per il controllo di questo prezioso metallo.
La speranza, almeno stavolta, è che i grandi investitori internazionali riescano a coniugare i loro legittimi interessi, con le esigenze delle comunità locali e del territorio.
Ai più, il simbolo LI, non dirà nulla. Conviene però cominciare subito a prendere confidenza con queste due lettere perché il “Litio”, simbolo chimico LI appunto, potrebbe rappresentare la ricchezza del Ventunesimo millennio. Il Litio, il metallo più leggero presente in natura, è infatti l’elemento più usato per produrre le batterie per cellulari, laptop (i computer portatili), iPhone, Blackberry e numerosi altri utensili, alimentati a batterie, di uso comune.
Nel nostro pianeta, il Litio è presente in quantità elevata e si estrae prevalentemente dai laghi salati, ma anche da rocce ignee. L’aspetto più interessante, per quanto attiene alla geopolitica, è quello legato alle zone geografiche dove il Litio è maggiormente presente.
In tal senso, è l’America Latina a farla da padrone. Infatti, almeno il 50% delle riserve di Litio, si trova in Bolivia presso i grandi laghi salati, in particolar modo il Salar de Uyuni (nel sudest del Paese). La zona è circondata da catene montuose e si trova nei pressi del vulcano attivo di Tunupa (che contribuisce a fornire Litio al lago). Il Litio boliviano è commercialmente sfruttabile, ma richiede ancora alti investimenti in tecnologia per la sua estrazione.
Infatti, l’elevata altitudine - oltre 3600 metri – e l’alto contenuto di magnesio delle acque, obbligano il Paese sudamericano a dover investire ancora per usufruire veramente di questa ricchezza. In tal senso si sta aprendo la disputa tra grandi multinazionali e Governo boliviano: il Presidente Morales infatti, è restio ad accettare offerte straniere per lo sfruttamento del Litio (come quella della grande holding francese Havas, che ha offerto 1,2 miliardi di dollari) e preferirebbe favorire la popolazione indigena locale che però, ovviamente, non dispone dei necessari mezzi economici.
Il secondo grande deposito di Litio, quello commercialmente più sfruttato, è in Cile, presso il Salar de Atacama (che, si ritiene contenga oltre 3 milioni di tonnellate di Litio). La minore altitudine - circa 2300 metri - permette, in questo caso, una facile commercializzazione di questa preziosa risorsa e, non casualmente, la società più solida nel mercato del Litio è la cilena Sociedad Quimica y Minera (SQM). La SQM, detiene oltre il 30% della produzione mondiale di Litio e, il suo titolo, è cresciuto, solo nell’ultimo anno, del 30%, alla Borsa di New York.
Se alle riserve della regione andina, aggiungiamo le riserve del grande lago salato Zhabuye in Tibet, si capisce facilmente che, nel prossimo futuro, quello del Litio potrebbe diventare una questione estremamente delicata nel futuro equilibrio delle relazioni internazionali.
La tecnologia, l’auto elettrica (obiettivo del Presidente americano Barack Obama che, per questo progetto, ha stanziato oltre 2 miliardi di dollari), le grandi multinazionali (come Lg, Siemens, Mitsubishi, Sony) e la speculazione in Borsa, rischiano davvero di generare una competizione senza confini per il controllo di questo prezioso metallo.
La speranza, almeno stavolta, è che i grandi investitori internazionali riescano a coniugare i loro legittimi interessi, con le esigenze delle comunità locali e del territorio.
martedì 12 gennaio 2010
ABU DHABI E KEPCO SPIAZZANO LA STRATEGIA DELL’ELISEO
di Daniel Arbib Tiberi
Abu Dhabi beffa Parigi. Come molti ricorderanno, nel gennaio scorso, gli Emirati Arabi Uniti avevano firmato un accordo politico-militare con la Francia, in cui Parigi si impegnava a:
- costruire una base militare francese nel porto commerciale di Abu Dhabi, ove stanziare, in pianta stabile, circa 500 militari transalpini;
- sviluppare progetti per la desalinizzazione delle acque;
- vendere ad Abu Dhabi tre modernissimi reattori atomici per la produzione di energia a scopi pacifici.
Qualche giorno fa è però arrivata la sorpresa inaspettata: gli Emirati Arabi Uniti hanno accettato l’offerta del consorzio diretto dalla compagnia sudcoreana pubblica Korea Electric Power Corp (Kepco), formato da Hyundai, Samsung, Doosand Heavy Industries, Westinghouse e Toshibapour. Il contratto, del valore di 20,4 miliardi di dollari (che potrebbero salire a 40), prevede la costruzione di quattro modernissimi reattori nucleari da 1400 MW, tutti da completare entro il 2020 (con il primo reattore in funzione dal 2017).
Gli Emirati, da parte loro, si sono immediatamente preoccupati di rassicurare l’Occidente, precisando che il combustibile per i reattori verrà totalmente importato (una chiara politica volontariamente opposta alla linea unilaterale di Teheran).
Dall’accordo tra Abu Dhabi-Kepco, è possibile ricavare diverse considerazioni:
- è, almeno per ora, fallita la strategia di Sarkozy di ritagliare, per la Francia, un ruolo primario nel Golfo Persico(e nella delicata e centrale area dello Stretto di Hormuz). Sicuro dei suoi mezzi l’Eliseo, rappresentato dal consorzio Areva-Edf-Gdf-Suez-Total-Vinci-Alstom, ha atteso troppo, rimanendo alla fine beffato;
- la vittoria della sudcoreana Kepco è in realtà la vittoria degli Stati Uniti. Nel consorzio Kepco infatti, è presente la Westinghouse, rivale della francese Areva nella realizzazione dei reattori nucleari di ultima generazione. Il successo americano dimostra, a discapito dei detrattori, la forte influenza che la Casa Bianca e il Pentagono riescono ancora ad esercitare in Medioriente (e nel Golfo Persico in particolare);
- molto probabilmente, i reattori che verranno installati negli Emirati Arabi Uniti, saranno del tipo ap-1000, ovvero quelli di III generazione avanzata di produzione Westinghouse, concorrenti degli Epr di produzione Areva;
- sia Barack Obama che Nicolas Sarkozy, hanno ormai accettato - e dato il via libera - l’idea di un “nucleare civile per il Medioriente”, per precisione per l’area sunnita, in contrapposizione al nucleare sciita di matrice iraniana.
Se, all’accordo sul nucleare, si aggiunge anche la notizia della firma di un trattato tra la Boeing e gli Emirati Arabi Uniti per la fornitura di aerei da trasporto militare del tipo C-17 – che verranno consegnati tutti entro il 2012 – si capisce perfettamente il momentaneo successo della politica americana di rafforzamento della presenza nella regione mediorientale. La strategia francese necessita quindi, di una forzata revisione.
Abu Dhabi beffa Parigi. Come molti ricorderanno, nel gennaio scorso, gli Emirati Arabi Uniti avevano firmato un accordo politico-militare con la Francia, in cui Parigi si impegnava a:
- costruire una base militare francese nel porto commerciale di Abu Dhabi, ove stanziare, in pianta stabile, circa 500 militari transalpini;
- sviluppare progetti per la desalinizzazione delle acque;
- vendere ad Abu Dhabi tre modernissimi reattori atomici per la produzione di energia a scopi pacifici.
Qualche giorno fa è però arrivata la sorpresa inaspettata: gli Emirati Arabi Uniti hanno accettato l’offerta del consorzio diretto dalla compagnia sudcoreana pubblica Korea Electric Power Corp (Kepco), formato da Hyundai, Samsung, Doosand Heavy Industries, Westinghouse e Toshibapour. Il contratto, del valore di 20,4 miliardi di dollari (che potrebbero salire a 40), prevede la costruzione di quattro modernissimi reattori nucleari da 1400 MW, tutti da completare entro il 2020 (con il primo reattore in funzione dal 2017).
Gli Emirati, da parte loro, si sono immediatamente preoccupati di rassicurare l’Occidente, precisando che il combustibile per i reattori verrà totalmente importato (una chiara politica volontariamente opposta alla linea unilaterale di Teheran).
Dall’accordo tra Abu Dhabi-Kepco, è possibile ricavare diverse considerazioni:
- è, almeno per ora, fallita la strategia di Sarkozy di ritagliare, per la Francia, un ruolo primario nel Golfo Persico(e nella delicata e centrale area dello Stretto di Hormuz). Sicuro dei suoi mezzi l’Eliseo, rappresentato dal consorzio Areva-Edf-Gdf-Suez-Total-Vinci-Alstom, ha atteso troppo, rimanendo alla fine beffato;
- la vittoria della sudcoreana Kepco è in realtà la vittoria degli Stati Uniti. Nel consorzio Kepco infatti, è presente la Westinghouse, rivale della francese Areva nella realizzazione dei reattori nucleari di ultima generazione. Il successo americano dimostra, a discapito dei detrattori, la forte influenza che la Casa Bianca e il Pentagono riescono ancora ad esercitare in Medioriente (e nel Golfo Persico in particolare);
- molto probabilmente, i reattori che verranno installati negli Emirati Arabi Uniti, saranno del tipo ap-1000, ovvero quelli di III generazione avanzata di produzione Westinghouse, concorrenti degli Epr di produzione Areva;
- sia Barack Obama che Nicolas Sarkozy, hanno ormai accettato - e dato il via libera - l’idea di un “nucleare civile per il Medioriente”, per precisione per l’area sunnita, in contrapposizione al nucleare sciita di matrice iraniana.
Se, all’accordo sul nucleare, si aggiunge anche la notizia della firma di un trattato tra la Boeing e gli Emirati Arabi Uniti per la fornitura di aerei da trasporto militare del tipo C-17 – che verranno consegnati tutti entro il 2012 – si capisce perfettamente il momentaneo successo della politica americana di rafforzamento della presenza nella regione mediorientale. La strategia francese necessita quindi, di una forzata revisione.
martedì 29 dicembre 2009
LO YEMEN: TERZO FRONTE DELLA GUERRA CONTRO AL-QAEDA
di Daniel Arbib Tiberi
Ormai tutti quanti lo chiamano il "terzo fronte". Dopo l’Afghanistan e l’Iraq, è ora lo Yemen il Paese considerato strategicamente rilevante per quanto concerne la lotta al terrorismo e, particolarmente, alle strutture di al-Qaeda.
A rimettere al centro delle cronache Sana’a, è stata la notizia del possibile addestramento nello Yemen del nigeriano Umar Farouk Adbulmutallab, aspirante kamikaze sul volo della Northwest-Delta, bloccato dalla pronta reazione dei passeggeri.
L’instabilità yemenita però, è tutt’altro che una novità. Paese in guerra civile tra il 1962 e il 1970 - un conflitto che ha visto contrapporsi direttamente Egitto e Arabia Saudita - lo Yemen ha ritrovato una sorta di minima governabilità solamente dopo l’elezione a Presidente di Abdullah Saleh, ex militare, rimasto al potere anche dopo l’unificazione tra la parte Sud e la parte Nord del Paese, avvenuta nel 1990.
Come detto, l’unificazione non è stata sinonimo di pacificazione interna e, attualmente, Sana’a affronta uno stato di vera e propria spaccatura interna. Nella parte Nord infatti, sono i ribelli Huthi a creare problemi al Governo centrale. Gli Huthi sono una popolazione sciita - precisamente si tratta di seguaci del ramo Zaidita dello sciismo - che, considerandosi eredi della secolare monarchia Mutawakkilite (che ha tenuto le sorti del Paese sino al 1962), si sono ribellati al Presidente Saleh, reclamando l’indipendenza. Gli analisti sospettano che gli Huthi siano finanziati direttamente da Teheran e, considerando la dichiarata alleanza tra i militari yemeniti e quelli sauditi, pare che anche Riyad condivida questa stessa preoccupazione.
La parte Sud dello Yemen invece, sembra essere divenuta preda dei militanti di Al Qaeda. Negli anni passati, il Presidente Saleh ha usato i militanti di al-Qaeda per sconfiggere i guerriglieri indipendentisti del “Southern Mobility Movement” (SMM). Il rapporto con l’organizzazione di Bin Laden però, si è incrinato prima nel 2000 (con l’attentato alla portaerei Uss Cole) poi, successivamente, dopo i terribili attacchi dell’11 settembre 2001, attentati che hanno costretto lo Yemen a scegliere l’alleanza – mai ufficiale però – con gli Stati Uniti. Dal 2006 infine, con la fuga di diversi terroristi dal supercarcere di Sana’a, lo Yemen è diventato la nuova base del movimento di “al-Qaeda nella Penisola Arabica”, il cui scopo dichiarato è quello di uccidere i crociati nella terra dell’Higiaz.
L’estate scorsa il Generale Petraeus, attuale U.S. Central Command, insieme a John Brennan, consigliere antiterrorismo di Obama, si è recato a Sana’a per concordare, per i prossimi 18 mesi, una fornitura all’esercito yemenita di armi pesanti, visori notturni e mezzi veloci del valore di oltre 70 milioni di dollari. Inoltre, pochi giorni fa (il 19 e il 24 dicembre) aerei dell’aviazione locale, guidati dalla CIA, si sono alzati in volo per colpire due raduni di militanti di al-Qaeda, lasciando sul terreno oltre 50 morti. Da parte sua, “La Base”, ha rivendicato l’attacco all’ambasciata americana di Sana’a dello scorso anno e, come suddetto, il tentativo di far saltare in aria, sui cieli di Detroit, il volo della Delta. Senza dimenticare che, la strage compiuta presso la base di Fort Hood dal Maggiore americano Nidal Malik Hasan, è stata ricollegata alle influenze religiose dell’Imam radicale Anwar al-Awlaki, nato nel New Mexico, ma emigrato nello Yemen nel 2004.
Nello Yemen quindi, sembrano concentrarsi tutti i nodi geopolitici che, in questo periodo, travagliano il sistema internazionale. La più grande questione della vittoria contro il terrorismo internazionale di al-Qaeda e la regionale disputa tra l’Iran sciita e il mondo delle monarchie tradizionaliste sunnite (Arabia Saudita in testa), passa quindi per questo desertico Stato del Golfo Persico.
Ormai tutti quanti lo chiamano il "terzo fronte". Dopo l’Afghanistan e l’Iraq, è ora lo Yemen il Paese considerato strategicamente rilevante per quanto concerne la lotta al terrorismo e, particolarmente, alle strutture di al-Qaeda. A rimettere al centro delle cronache Sana’a, è stata la notizia del possibile addestramento nello Yemen del nigeriano Umar Farouk Adbulmutallab, aspirante kamikaze sul volo della Northwest-Delta, bloccato dalla pronta reazione dei passeggeri.
L’instabilità yemenita però, è tutt’altro che una novità. Paese in guerra civile tra il 1962 e il 1970 - un conflitto che ha visto contrapporsi direttamente Egitto e Arabia Saudita - lo Yemen ha ritrovato una sorta di minima governabilità solamente dopo l’elezione a Presidente di Abdullah Saleh, ex militare, rimasto al potere anche dopo l’unificazione tra la parte Sud e la parte Nord del Paese, avvenuta nel 1990.
Come detto, l’unificazione non è stata sinonimo di pacificazione interna e, attualmente, Sana’a affronta uno stato di vera e propria spaccatura interna. Nella parte Nord infatti, sono i ribelli Huthi a creare problemi al Governo centrale. Gli Huthi sono una popolazione sciita - precisamente si tratta di seguaci del ramo Zaidita dello sciismo - che, considerandosi eredi della secolare monarchia Mutawakkilite (che ha tenuto le sorti del Paese sino al 1962), si sono ribellati al Presidente Saleh, reclamando l’indipendenza. Gli analisti sospettano che gli Huthi siano finanziati direttamente da Teheran e, considerando la dichiarata alleanza tra i militari yemeniti e quelli sauditi, pare che anche Riyad condivida questa stessa preoccupazione.
La parte Sud dello Yemen invece, sembra essere divenuta preda dei militanti di Al Qaeda. Negli anni passati, il Presidente Saleh ha usato i militanti di al-Qaeda per sconfiggere i guerriglieri indipendentisti del “Southern Mobility Movement” (SMM). Il rapporto con l’organizzazione di Bin Laden però, si è incrinato prima nel 2000 (con l’attentato alla portaerei Uss Cole) poi, successivamente, dopo i terribili attacchi dell’11 settembre 2001, attentati che hanno costretto lo Yemen a scegliere l’alleanza – mai ufficiale però – con gli Stati Uniti. Dal 2006 infine, con la fuga di diversi terroristi dal supercarcere di Sana’a, lo Yemen è diventato la nuova base del movimento di “al-Qaeda nella Penisola Arabica”, il cui scopo dichiarato è quello di uccidere i crociati nella terra dell’Higiaz.
L’estate scorsa il Generale Petraeus, attuale U.S. Central Command, insieme a John Brennan, consigliere antiterrorismo di Obama, si è recato a Sana’a per concordare, per i prossimi 18 mesi, una fornitura all’esercito yemenita di armi pesanti, visori notturni e mezzi veloci del valore di oltre 70 milioni di dollari. Inoltre, pochi giorni fa (il 19 e il 24 dicembre) aerei dell’aviazione locale, guidati dalla CIA, si sono alzati in volo per colpire due raduni di militanti di al-Qaeda, lasciando sul terreno oltre 50 morti. Da parte sua, “La Base”, ha rivendicato l’attacco all’ambasciata americana di Sana’a dello scorso anno e, come suddetto, il tentativo di far saltare in aria, sui cieli di Detroit, il volo della Delta. Senza dimenticare che, la strage compiuta presso la base di Fort Hood dal Maggiore americano Nidal Malik Hasan, è stata ricollegata alle influenze religiose dell’Imam radicale Anwar al-Awlaki, nato nel New Mexico, ma emigrato nello Yemen nel 2004.
Nello Yemen quindi, sembrano concentrarsi tutti i nodi geopolitici che, in questo periodo, travagliano il sistema internazionale. La più grande questione della vittoria contro il terrorismo internazionale di al-Qaeda e la regionale disputa tra l’Iran sciita e il mondo delle monarchie tradizionaliste sunnite (Arabia Saudita in testa), passa quindi per questo desertico Stato del Golfo Persico.
lunedì 14 dicembre 2009
IL GAS TURKMENO E LE STRATEGIE DELLA RUSSIA: LASCIARE ALLA CINA PER FERMARE IL NABUCCO.
di Daniel Arbib Tiberi
Alla fine è stato inaugurato. Il gasdotto che porterà il gas del Turkmenistan in Cina, attraverso la discussa regione autonoma cinese dello Xinjiang, è stato aperto ufficialmente la settimana scorsa alla presenza del Presidente cinese Hu Jintao e del Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov.
Molti commentatori hanno visto nel successo cinese una sconfitta della Russia. Questa lettura è determinata dal fatto che, proprio Mosca, lo scorso anno ha firmato con il Turkmenistan due accordi molto importanti in merito al gas. Gazprom, la più famosa compagnia energetica russa, ha firmato un primo accordo con Ashgabat che le garantisce la compravendita del gas locale per i prossimi venti anni (tra l’altro ad un prezzo vantaggioso che varia tra i 225 e i 295 dollari per mille metri cubi di gas) e un secondo accordo che prevede l’impegno di Gazprom nella costruzione di nuove infrastrutture per lo sviluppo del gas del Turkmenistan.
Il gasdotto cinese, che prevede un accordo trentennale tra Cina e Turkmenistan ad un prezzo di 195 dollari per mille metri cubi di gas, sembrerebbe quindi intaccare il monopolio di Mosca nel Paese centro-asiatico.
In molti però hanno dimenticato che, mentre Gazprom nel 2008 si accordava con il Governo turkmeno, Igor Sechin, rappresentate del Primo Ministro russo Valdimir Putin, volava a Pechino e incontrava il vice-Premier Wang Oishan. L’incontro, tenuto segreto per molto tempo alla stampa, era volto proprio a trovare un accordo tra Russia e Cina in merito ad una iniziativa in ambito di energia denominata “meccanismo di negoziazione energetica”. Cosa si siano detti i due rappresentati politici non è dato saperlo, ciò che è apparso chiaro è la volontà di Mosca e Pechino di evitare di farsi una guerra diplomatica per le risorse dell’Asia Centrale.
Mosca, “conquistato” il Turkmenistan attraverso Gazprom, sembra infatti orientata a favorire l’ingresso di potenziali concorrenti (ovviamene solo parzialmente), al fine di arrivare a stipulare una sorta di cartello sulle risorse energetiche di Asghabat e di tutta la regione centrale dell’Asia.
Ovviamente le rinunce di Mosca non sono derivate da atti di gratuita generosità. Oltre ad evitare infatti una competizione difficile con Pechino, il Cremino è riuscito a tagliare fuori dalla corsa al gas turkmeno l’Unione Europea e il progetto del Nabucco. Il Nabucco, almeno sulla carta, è un progetto volto a realizzare un gasdotto che trasporti il gas naturale dalla zona del Caucaso, del Mar Caspio e del Medio Oriente in Europa, attraverso la Turchia e l’Austria. L’obiettivo, sostenuto dagli Stati Uniti, è quello di diversificare le fonti di approvvigionamento europee diminuendo la dipendenza dalla Russia.
Conquistando il Turkmenistan e buona parte dell’Asia Centrale, la Russia praticamente annulla una possibilità di approvvigionamento dell’UE. Per il Nabucco ormai non rimane quindi che la possibilità del Medioriente (considerando anche le difficoltà dell’Ucraina e della Georgia). Questa via, che dovrebbe basarsi principalmente sulle risorse iraniane e irachene, è oggi ostacolata però dalle situazioni di instabilità che caratterizzano sia Teheran che Baghdad. Solo una risoluzione positiva delle crisi che questi due Paesi stanno attraversando permetterebbe al Nabucco una realizzazione in tempi relativamente brevi, e questo al momento non sempre probabile.
Nuovamente quindi le vie della geopolitica passano attraverso le risorse energetiche, delineando uno scenario che vede ancora l’”Orso bianco” deciso a delimitare chiaramente le sfere di influenza. Questo, astutamente, anche a costo di lasciare qualche importante briciola agli avversari.
Alla fine è stato inaugurato. Il gasdotto che porterà il gas del Turkmenistan in Cina, attraverso la discussa regione autonoma cinese dello Xinjiang, è stato aperto ufficialmente la settimana scorsa alla presenza del Presidente cinese Hu Jintao e del Presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov.Molti commentatori hanno visto nel successo cinese una sconfitta della Russia. Questa lettura è determinata dal fatto che, proprio Mosca, lo scorso anno ha firmato con il Turkmenistan due accordi molto importanti in merito al gas. Gazprom, la più famosa compagnia energetica russa, ha firmato un primo accordo con Ashgabat che le garantisce la compravendita del gas locale per i prossimi venti anni (tra l’altro ad un prezzo vantaggioso che varia tra i 225 e i 295 dollari per mille metri cubi di gas) e un secondo accordo che prevede l’impegno di Gazprom nella costruzione di nuove infrastrutture per lo sviluppo del gas del Turkmenistan.
Il gasdotto cinese, che prevede un accordo trentennale tra Cina e Turkmenistan ad un prezzo di 195 dollari per mille metri cubi di gas, sembrerebbe quindi intaccare il monopolio di Mosca nel Paese centro-asiatico.
In molti però hanno dimenticato che, mentre Gazprom nel 2008 si accordava con il Governo turkmeno, Igor Sechin, rappresentate del Primo Ministro russo Valdimir Putin, volava a Pechino e incontrava il vice-Premier Wang Oishan. L’incontro, tenuto segreto per molto tempo alla stampa, era volto proprio a trovare un accordo tra Russia e Cina in merito ad una iniziativa in ambito di energia denominata “meccanismo di negoziazione energetica”. Cosa si siano detti i due rappresentati politici non è dato saperlo, ciò che è apparso chiaro è la volontà di Mosca e Pechino di evitare di farsi una guerra diplomatica per le risorse dell’Asia Centrale.
Mosca, “conquistato” il Turkmenistan attraverso Gazprom, sembra infatti orientata a favorire l’ingresso di potenziali concorrenti (ovviamene solo parzialmente), al fine di arrivare a stipulare una sorta di cartello sulle risorse energetiche di Asghabat e di tutta la regione centrale dell’Asia.
Ovviamente le rinunce di Mosca non sono derivate da atti di gratuita generosità. Oltre ad evitare infatti una competizione difficile con Pechino, il Cremino è riuscito a tagliare fuori dalla corsa al gas turkmeno l’Unione Europea e il progetto del Nabucco. Il Nabucco, almeno sulla carta, è un progetto volto a realizzare un gasdotto che trasporti il gas naturale dalla zona del Caucaso, del Mar Caspio e del Medio Oriente in Europa, attraverso la Turchia e l’Austria. L’obiettivo, sostenuto dagli Stati Uniti, è quello di diversificare le fonti di approvvigionamento europee diminuendo la dipendenza dalla Russia.
Conquistando il Turkmenistan e buona parte dell’Asia Centrale, la Russia praticamente annulla una possibilità di approvvigionamento dell’UE. Per il Nabucco ormai non rimane quindi che la possibilità del Medioriente (considerando anche le difficoltà dell’Ucraina e della Georgia). Questa via, che dovrebbe basarsi principalmente sulle risorse iraniane e irachene, è oggi ostacolata però dalle situazioni di instabilità che caratterizzano sia Teheran che Baghdad. Solo una risoluzione positiva delle crisi che questi due Paesi stanno attraversando permetterebbe al Nabucco una realizzazione in tempi relativamente brevi, e questo al momento non sempre probabile.
Nuovamente quindi le vie della geopolitica passano attraverso le risorse energetiche, delineando uno scenario che vede ancora l’”Orso bianco” deciso a delimitare chiaramente le sfere di influenza. Questo, astutamente, anche a costo di lasciare qualche importante briciola agli avversari.
venerdì 11 dicembre 2009
IL PERSONAGGIO: ALEKSANDR LUKASHENKO, L' "ULTIMO DITTATORE D'EUROPA".
di Daniel Arbib Tiberi
Aleksandr Lukashenko è nato a Kopys (Bielorussia) il 30 agosto del 1954 e, ad oggi, è considerato dall’ Occidente l’ “ultimo dittatore d’Europa” (definizione del Dipartimento di Stato americano). Figlio di una donna umile che lo ha cresciuto da sola, Lukashenko ha cominciato a muovere i suoi primi passi importanti in politica nel 1985, divenendo Direttore della “sovhoz”, ovvero della “grande fattoria di Stato”. Nel 1990 venne successivamente eletto nel Soviet bielorusso, da dove ebbe modo di formare un partito, denominato “Comunisti per la Democrazia”, e di opporsi alla caduta dell’URSS e alla creazione della CSI (Comunità di Stati Indipendenti).
Aleksandr Lukashenko divenne Presidente della Bielorussia nel 1994, con un programma politico che mirava a combattere la corruzione, ad alzare i salari e a favorire l’integrazione della Bielorussia con la Russia (Minsk, ricordiamolo, dipende a livello economico quasi totalmente da Mosca). Durante la campagna elettorale, Lukashenko attaccò i suoi oppositori promettendo di “cacciarli sull’Himalaya” in caso di vittoria alle elezioni. Non è dato sapere quanti oppositori finirono poi davvero sulla vetta del monte asiatico, quello che è certo è che numerosi ufficiali vennero rimossi dalle loro cariche nei mesi successivi.
Lukashenko improntò il suo Governo su una linea molto intransigente. Nel settembre del 1995, Minsk sparò a delle mongolfiere che partecipavano alla gara “Coupe Gordon Bennett”, accusate di essere entrate in territorio bielorusso senza permesso. Due cittadini americani morirono e altri vennero arrestati (poi rilasciati, previo pagamento di una multa). Nell’estate 1996 quindi, dopo la firma di una petizione che accusava il Presidente di violazione della Costituzione, da parte di 70 (su 110) deputati bielorussi, Lukashenko decise di indire un referendum per allungare il suo mandato da 4 a 7 anni. Il 70,5 % della popolazione votò a suo favore e a poco valsero le proteste dell’UE e degli USA in merito alla regolarità del voto. La vittoria referendaria, permise a Lukashenko di cacciare dal Parlamento ben 89 deputati considerati “sleali”. Per chiudere, sempre durante il primo mandato, nel 1998 la Bielorussia cacciò gli Ambasciatori di Francia, Italia, Germania, Grecia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone, accusandoli di cospirazione contro il Governo.
Il secondo mandato di Lukashenko iniziò nel 2001, con una campagna elettorale contro l’allargamento della NATO ad est e per una unione tra Mosca e Minsk. L’OSCE descrisse la vittoria di Lukashenko, ottenuta contro il rivale Uladzimir Hancaryk, come “non in concordanza con gli standard internazionali per i diritti umani”. Il secondo mandato, servì soprattutto al Presidente bielorusso per indire un referendum per abolire il limite di due mandati presidenziali. Nell’ottobre del 2004, i bielorussi votarono in favore della proposta presidenziale con il 79,4 %. Anche in questo caso, ovviamente, a poco servirono le proteste di OSCE, USA e UE.
Nell’ottobre del 2005 infine, Lukashenko dichiarò di volersi candidare alla Presidenza per la terza volta. Il suo rivale, il liberale Aleksandr Milinkevich, portò in piazza numerosi cittadini favorevoli all’ingresso del Paese nell’Unione Europea e ad una maggiore democraticità interna. I risultati del marzo 2006 detterò però nuovamente ragione a Lukashenko. Milinkevich infatti, nonostante le manifestazioni di piazza, ottenne solamente il 6% dei voti e a nulla valse il ricorso alla Corte Suprema per la verifica di eventuali brogli: Lukashenko venne dichiarato Presidente per la terza volta, nonostante le pressioni in senso contrario dell’Occidente.
Nel 1995 Aleksandr Lukashenko, parlando della Germania nazista, ebbe a dire: “la storia della Germania è una copia della storia della Bielorussia. La Germania fu risollevata dalle rovine grazie a una mano ferma, e non tutto quello che fece quella ben nota figura di Hitler è negativo. L’ordine tedesco si è evoluto nel corso di secoli e sotto Hitler ha raggiunto il suo apogeo”.
Cosa dire, sono parole che si commentano da sole. Aggiungere altro sarebbe davvero superfluo…
Aleksandr Lukashenko è nato a Kopys (Bielorussia) il 30 agosto del 1954 e, ad oggi, è considerato dall’ Occidente l’ “ultimo dittatore d’Europa” (definizione del Dipartimento di Stato americano). Figlio di una donna umile che lo ha cresciuto da sola, Lukashenko ha cominciato a muovere i suoi primi passi importanti in politica nel 1985, divenendo Direttore della “sovhoz”, ovvero della “grande fattoria di Stato”. Nel 1990 venne successivamente eletto nel Soviet bielorusso, da dove ebbe modo di formare un partito, denominato “Comunisti per la Democrazia”, e di opporsi alla caduta dell’URSS e alla creazione della CSI (Comunità di Stati Indipendenti).Aleksandr Lukashenko divenne Presidente della Bielorussia nel 1994, con un programma politico che mirava a combattere la corruzione, ad alzare i salari e a favorire l’integrazione della Bielorussia con la Russia (Minsk, ricordiamolo, dipende a livello economico quasi totalmente da Mosca). Durante la campagna elettorale, Lukashenko attaccò i suoi oppositori promettendo di “cacciarli sull’Himalaya” in caso di vittoria alle elezioni. Non è dato sapere quanti oppositori finirono poi davvero sulla vetta del monte asiatico, quello che è certo è che numerosi ufficiali vennero rimossi dalle loro cariche nei mesi successivi.
Lukashenko improntò il suo Governo su una linea molto intransigente. Nel settembre del 1995, Minsk sparò a delle mongolfiere che partecipavano alla gara “Coupe Gordon Bennett”, accusate di essere entrate in territorio bielorusso senza permesso. Due cittadini americani morirono e altri vennero arrestati (poi rilasciati, previo pagamento di una multa). Nell’estate 1996 quindi, dopo la firma di una petizione che accusava il Presidente di violazione della Costituzione, da parte di 70 (su 110) deputati bielorussi, Lukashenko decise di indire un referendum per allungare il suo mandato da 4 a 7 anni. Il 70,5 % della popolazione votò a suo favore e a poco valsero le proteste dell’UE e degli USA in merito alla regolarità del voto. La vittoria referendaria, permise a Lukashenko di cacciare dal Parlamento ben 89 deputati considerati “sleali”. Per chiudere, sempre durante il primo mandato, nel 1998 la Bielorussia cacciò gli Ambasciatori di Francia, Italia, Germania, Grecia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone, accusandoli di cospirazione contro il Governo.
Il secondo mandato di Lukashenko iniziò nel 2001, con una campagna elettorale contro l’allargamento della NATO ad est e per una unione tra Mosca e Minsk. L’OSCE descrisse la vittoria di Lukashenko, ottenuta contro il rivale Uladzimir Hancaryk, come “non in concordanza con gli standard internazionali per i diritti umani”. Il secondo mandato, servì soprattutto al Presidente bielorusso per indire un referendum per abolire il limite di due mandati presidenziali. Nell’ottobre del 2004, i bielorussi votarono in favore della proposta presidenziale con il 79,4 %. Anche in questo caso, ovviamente, a poco servirono le proteste di OSCE, USA e UE.
Nell’ottobre del 2005 infine, Lukashenko dichiarò di volersi candidare alla Presidenza per la terza volta. Il suo rivale, il liberale Aleksandr Milinkevich, portò in piazza numerosi cittadini favorevoli all’ingresso del Paese nell’Unione Europea e ad una maggiore democraticità interna. I risultati del marzo 2006 detterò però nuovamente ragione a Lukashenko. Milinkevich infatti, nonostante le manifestazioni di piazza, ottenne solamente il 6% dei voti e a nulla valse il ricorso alla Corte Suprema per la verifica di eventuali brogli: Lukashenko venne dichiarato Presidente per la terza volta, nonostante le pressioni in senso contrario dell’Occidente.
Nel 1995 Aleksandr Lukashenko, parlando della Germania nazista, ebbe a dire: “la storia della Germania è una copia della storia della Bielorussia. La Germania fu risollevata dalle rovine grazie a una mano ferma, e non tutto quello che fece quella ben nota figura di Hitler è negativo. L’ordine tedesco si è evoluto nel corso di secoli e sotto Hitler ha raggiunto il suo apogeo”.
Cosa dire, sono parole che si commentano da sole. Aggiungere altro sarebbe davvero superfluo…
lunedì 30 novembre 2009
UN TUPAMARO AL POTERE
Di Daniel Arbib Tiberi
Sarà, molto probabilmente, Josè Pepè Mujica il prossimo Presidente dell’Uruguay (si attende solo la conferma ufficiale dei dati del ballottaggio). Mujica, ex Presidente di uno dei due rami del Parlamento uruguayano e rappresentante del Frente Amplio (coalizione di centro-sinistra), ha ottenuto il 51,7% dei voti, contro i 44,1% dei voti dello sfidante conservatore Luis Alberto Lacalle. Alle urne si sono recati oltre l’80% dei cittadini uruguayani.
Sono due gli aspetti che rendono interessanti le elezioni uruguayane. Il primo è determinato dalla storia personale di Josè Pepè Mujica, ex leader dei Tupamaros, movimento di guerriglia attivo particolarmente tra il 1965 e il 1973. Il secondo aspetto è derivato dall’importanza regionale di queste elezioni latinoamericane: nel Sud del continente Americano ormai tutte le fratture politiche passando per la linea del pro o contro Chavez. Il leader bolivariano del Venezuela è diventato ormai un termine di paragone, negativo o positivo, su cui fondare intere campagne elettorali.
Per quanto riguarda la storia di Josè Pepè Mujica egli è stato, come detto, un membro dei Tupamaros. I Tupamaros, noti anche come MLN (Movimento de Liberaciòn Nacional), furono un movimento combattente, nato intorno al 1965 attraverso l’alleanza tra il “Movimento de Apoyo al Campesino” (Movimento di appoggio al contadino) di Raùl Sendic e parte del mondo sindacale. Il nome del movimento derivava dal glorioso ultimo re Inca, Tùpac Amaru II. L’MLN iniziò la sua attività rapinando banche e distribuendo il bottino ai poveri di Montevideo. Presto però, con l’acuirsi della repressione governativa e con l’instaurazione di un governo militare in Uruguay nel 1973, i Tupamaros passarono agli omicidi e ai rapimenti: tra gli altri vennero rapiti il potente bancario Pereyra Rebervel e l’Ambasciatore britannico in Uruguay Geoffrey Jackson. Tra le loro vittime invece si conta l’agente FBI Dan Mutrione, ucciso perchè accusato di addestrare il famoso “Escuadron de la Muerte” (Squadrone della Morte), la forza di polizia con poteri speciali nata per combattere l’MLN. Nel momento di maggior apogeo, tra il 1970 e il 1971, il movimento arrivò a contare addirittura tra i 6000 e i 10000 aderenti. Ben presto però, anche per via di alcune defezioni, molti leader dell’MLN - tra cui Sendic - vennero arrestati o costretti alla clandestinità. Solo con il ritorno alla democrazia dell’Uruguay nel 1985 e con la morte di Sendic, i Tupamaros poterono riorganizzarsi – stavolta in partito politico – e partecipare alle elezioni.
Il secondo aspetto, quello legato a Chavez, ha caratterizzato anche la campagna elettorale uruguayana. Mujica è stato spesso accusato dal suo rivale di voler intraprendere una linea politica vicina a quella del Presidente del Venezuela e a quella di Fidel Castro. Sembra presto per dare un giudizio definitivo, ma i primi segnali non paiono andare in questa direzione. Le prime dichiarazioni di Mujica e del suo futuro vicepresidente Danilo Astori, sono state all’insegna della conciliazione con l’opposizione nell’ottica di una possibile collaborazione con il futuro Governo. Il futuro Presidente Mujica ha anche chiesto scusa per le sue intemperanze verbali durante la campagna elettorale.
Sembra quindi che il prossimo governo uruguayano abbia intenzione di proseguire con la linea moderata del Presidente uscente Tabarè Vazquez, anch’egli di centro-sinistra, scegliendo come modello regionale il Presidente brasiliano Lula da Silva piuttosto che il bolivariano Hugo Chavez.
Sarà, molto probabilmente, Josè Pepè Mujica il prossimo Presidente dell’Uruguay (si attende solo la conferma ufficiale dei dati del ballottaggio). Mujica, ex Presidente di uno dei due rami del Parlamento uruguayano e rappresentante del Frente Amplio (coalizione di centro-sinistra), ha ottenuto il 51,7% dei voti, contro i 44,1% dei voti dello sfidante conservatore Luis Alberto Lacalle. Alle urne si sono recati oltre l’80% dei cittadini uruguayani.Sono due gli aspetti che rendono interessanti le elezioni uruguayane. Il primo è determinato dalla storia personale di Josè Pepè Mujica, ex leader dei Tupamaros, movimento di guerriglia attivo particolarmente tra il 1965 e il 1973. Il secondo aspetto è derivato dall’importanza regionale di queste elezioni latinoamericane: nel Sud del continente Americano ormai tutte le fratture politiche passando per la linea del pro o contro Chavez. Il leader bolivariano del Venezuela è diventato ormai un termine di paragone, negativo o positivo, su cui fondare intere campagne elettorali.
Per quanto riguarda la storia di Josè Pepè Mujica egli è stato, come detto, un membro dei Tupamaros. I Tupamaros, noti anche come MLN (Movimento de Liberaciòn Nacional), furono un movimento combattente, nato intorno al 1965 attraverso l’alleanza tra il “Movimento de Apoyo al Campesino” (Movimento di appoggio al contadino) di Raùl Sendic e parte del mondo sindacale. Il nome del movimento derivava dal glorioso ultimo re Inca, Tùpac Amaru II. L’MLN iniziò la sua attività rapinando banche e distribuendo il bottino ai poveri di Montevideo. Presto però, con l’acuirsi della repressione governativa e con l’instaurazione di un governo militare in Uruguay nel 1973, i Tupamaros passarono agli omicidi e ai rapimenti: tra gli altri vennero rapiti il potente bancario Pereyra Rebervel e l’Ambasciatore britannico in Uruguay Geoffrey Jackson. Tra le loro vittime invece si conta l’agente FBI Dan Mutrione, ucciso perchè accusato di addestrare il famoso “Escuadron de la Muerte” (Squadrone della Morte), la forza di polizia con poteri speciali nata per combattere l’MLN. Nel momento di maggior apogeo, tra il 1970 e il 1971, il movimento arrivò a contare addirittura tra i 6000 e i 10000 aderenti. Ben presto però, anche per via di alcune defezioni, molti leader dell’MLN - tra cui Sendic - vennero arrestati o costretti alla clandestinità. Solo con il ritorno alla democrazia dell’Uruguay nel 1985 e con la morte di Sendic, i Tupamaros poterono riorganizzarsi – stavolta in partito politico – e partecipare alle elezioni.
Il secondo aspetto, quello legato a Chavez, ha caratterizzato anche la campagna elettorale uruguayana. Mujica è stato spesso accusato dal suo rivale di voler intraprendere una linea politica vicina a quella del Presidente del Venezuela e a quella di Fidel Castro. Sembra presto per dare un giudizio definitivo, ma i primi segnali non paiono andare in questa direzione. Le prime dichiarazioni di Mujica e del suo futuro vicepresidente Danilo Astori, sono state all’insegna della conciliazione con l’opposizione nell’ottica di una possibile collaborazione con il futuro Governo. Il futuro Presidente Mujica ha anche chiesto scusa per le sue intemperanze verbali durante la campagna elettorale.
Sembra quindi che il prossimo governo uruguayano abbia intenzione di proseguire con la linea moderata del Presidente uscente Tabarè Vazquez, anch’egli di centro-sinistra, scegliendo come modello regionale il Presidente brasiliano Lula da Silva piuttosto che il bolivariano Hugo Chavez.
lunedì 23 novembre 2009
L’ATTIVISMO DIPLOMATICO DELLA FRANCIA DI SARKOZY
Di Daniel Arbib Tiberi
In questo periodo si è parlato molto della politica dell’Amministrazione Obama in Medio Oriente e delle fratture esistenti tra Gerusalemme e Washington. Pochi però stanno dando la giusta considerazione all’attivismo diplomatico della Francia del Presidente Nicolas Sarkozy, un dinamismo che si sta focalizzando soprattutto nella regione del Mediterraneo e in quella del Golfo Persico.
Proprio in questi giorni, non a caso, il primo inquilino dell’Eliseo è impegnato in un importante viaggio in Arabia Saudita, ultima tappa di quello che appare essere un vero e proprio disegno strategico che i francesi stanno mettendo in atto.
Da quando è entrato in carica, nel maggio del 2007, il Presidente Sarkozy ha infatti messo in atto una serie di azioni che sembrano avere un duplice scopi:
- ridare alla Francia un ruolo di primo piano nella politica internazionale senza però entrare in conflitto diretto con gli Stati Uniti;
- cercare di costruire un “muro” attorno all’Iran, con l’obiettivo di isolarlo sia a livello politico che militare.
Il primo obiettivo la Francia lo sta conseguendo attraverso il rilancio della cooperazione nel Mediterraneo (si pensi all’Unione per il Mediterraneo nata nel luglio del 2008), tramite un dialogo diretto con la Siria – la Francia si è recentemente candidata come sostituta della Turchia per il ruolo di mediatore tra Gerusalemme e Damasco – partecipando ad Unifil 2 e, decisione storica, ritornando a far parte del comando integrato della Nato.
Il secondo aspetto, quello dell’isolamento dell’Iran, Sarkozy lo sta mettendo in pratica attraverso una politica di alleanza con i Paesi che, per ragioni differenti, sono direttamente coinvolti dall’attivismo della Repubblica Islamica. In questo ambito rientra sia la suddetta scelta di dialogare con la Siria – e quindi la volontà di cercare di staccare Damasco dall’attuale alleanza strategica con l’Iran – che la già citata proposta di sostituire Ankara nella mediazione tra la Siria e Israele. A queste due azione in Medio Oriente, vanno aggiunte quelle nel Golfo Persico quali l’apertura di una base militare ad Abu Dhabi (negli Emirati Arabi Uniti) e il viaggio di Sarkozy in Arabia Saudita di questi ultimi giorni. A Riyadh, il Presidente francese è andato a parlare del conflitto israelo-palestinese ma non solo: in ballo ci sono una serie di accordi commerciali, una probabile collaborazione in ambito militare e una possibile cooperazione in materia di sviluppo di un progetto nucleare di tipo civile.
Centrale è il tema del nucleare: i sauditi, così come gli Emirati Arabi Uniti, hanno bisogno di sviluppare un programma energetico alternativo a quello dei combustibili fossili. Il petrolio sta infatti, come noto, raggiungendo il suo “picco” di estrazione e il re Abdullah è ben cosciente di cosa significhi questo nel medio termine.
L’accordo nucleare con la Francia però non deve essere letto solamente in ambito civile: Parigi si è infatti dimostrata disponibile ad allargare il proprio ombrello nucleare militare, la “force de frappe”, ai Paesi del Golfo Persico (Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita in testa) assicurandoli, praticamente, contro l’ipotesi di un attacco militare da parte di un Paese vicino. Ovviamente, non serve neanche dirlo, il solo vicino temibile è l’Iran sciita, vera spina nel fianco delle tradizionali e secolari monarchie sunnite.
Così, mentre Stati Uniti e Francia sfruttano la crisi iraniana per aumentare la loro influenza internazionale, la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) dell’Unione Europea continua ad essere un lontano miraggio. All’attuazione del Trattato di Lisbona e alla nuova Lady PESC Catherine Ashton l’ardua sentenza.
In questo periodo si è parlato molto della politica dell’Amministrazione Obama in Medio Oriente e delle fratture esistenti tra Gerusalemme e Washington. Pochi però stanno dando la giusta considerazione all’attivismo diplomatico della Francia del Presidente Nicolas Sarkozy, un dinamismo che si sta focalizzando soprattutto nella regione del Mediterraneo e in quella del Golfo Persico. Proprio in questi giorni, non a caso, il primo inquilino dell’Eliseo è impegnato in un importante viaggio in Arabia Saudita, ultima tappa di quello che appare essere un vero e proprio disegno strategico che i francesi stanno mettendo in atto.
Da quando è entrato in carica, nel maggio del 2007, il Presidente Sarkozy ha infatti messo in atto una serie di azioni che sembrano avere un duplice scopi:
- ridare alla Francia un ruolo di primo piano nella politica internazionale senza però entrare in conflitto diretto con gli Stati Uniti;
- cercare di costruire un “muro” attorno all’Iran, con l’obiettivo di isolarlo sia a livello politico che militare.
Il primo obiettivo la Francia lo sta conseguendo attraverso il rilancio della cooperazione nel Mediterraneo (si pensi all’Unione per il Mediterraneo nata nel luglio del 2008), tramite un dialogo diretto con la Siria – la Francia si è recentemente candidata come sostituta della Turchia per il ruolo di mediatore tra Gerusalemme e Damasco – partecipando ad Unifil 2 e, decisione storica, ritornando a far parte del comando integrato della Nato.
Il secondo aspetto, quello dell’isolamento dell’Iran, Sarkozy lo sta mettendo in pratica attraverso una politica di alleanza con i Paesi che, per ragioni differenti, sono direttamente coinvolti dall’attivismo della Repubblica Islamica. In questo ambito rientra sia la suddetta scelta di dialogare con la Siria – e quindi la volontà di cercare di staccare Damasco dall’attuale alleanza strategica con l’Iran – che la già citata proposta di sostituire Ankara nella mediazione tra la Siria e Israele. A queste due azione in Medio Oriente, vanno aggiunte quelle nel Golfo Persico quali l’apertura di una base militare ad Abu Dhabi (negli Emirati Arabi Uniti) e il viaggio di Sarkozy in Arabia Saudita di questi ultimi giorni. A Riyadh, il Presidente francese è andato a parlare del conflitto israelo-palestinese ma non solo: in ballo ci sono una serie di accordi commerciali, una probabile collaborazione in ambito militare e una possibile cooperazione in materia di sviluppo di un progetto nucleare di tipo civile.
Centrale è il tema del nucleare: i sauditi, così come gli Emirati Arabi Uniti, hanno bisogno di sviluppare un programma energetico alternativo a quello dei combustibili fossili. Il petrolio sta infatti, come noto, raggiungendo il suo “picco” di estrazione e il re Abdullah è ben cosciente di cosa significhi questo nel medio termine.
L’accordo nucleare con la Francia però non deve essere letto solamente in ambito civile: Parigi si è infatti dimostrata disponibile ad allargare il proprio ombrello nucleare militare, la “force de frappe”, ai Paesi del Golfo Persico (Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita in testa) assicurandoli, praticamente, contro l’ipotesi di un attacco militare da parte di un Paese vicino. Ovviamente, non serve neanche dirlo, il solo vicino temibile è l’Iran sciita, vera spina nel fianco delle tradizionali e secolari monarchie sunnite.
Così, mentre Stati Uniti e Francia sfruttano la crisi iraniana per aumentare la loro influenza internazionale, la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) dell’Unione Europea continua ad essere un lontano miraggio. All’attuazione del Trattato di Lisbona e alla nuova Lady PESC Catherine Ashton l’ardua sentenza.
giovedì 19 novembre 2009
Il caso Battisti: quando la cultura deve ritrovare la giusta umiltà
Di Daniel Arbib Tiberi
Questo articolo non è certamente un pezzo facile da scrivere. In gioco c’è l’eterno dilemma sul concetto di giustizia nella storia: comprensione e perdono o fermezza e condanna?
La questione è all’ordine del giorno in relazione al caso di Cesare Battisti, ex membro dei “Proletari Armati per il Comunismo” (PAC), condannato in contumacia a quattro ergastoli per quattro omicidi commessi tra il 1978 e il 1979, ed ora al centro dell’attenzione mediatica per una sua possibile (e definitiva) estradizione in Italia.
Dall’ultimo capo di accusa imputato a Cesare Battisti sono passati trent’anni. Era infatti il 1979 e, da quel momento, la vita di Battisti è stata praticamente una fuga costante. Da qui il dilemma che sta dividendo il mondo della politica e della cultura: ha senso punire oggi un uomo che, nel tempo, si è ricostruito una vita privata e pubblica? La risposta è certamente suscettibile di numerose discussioni e, in questa sede, si cercherà di fornirne almeno una.
Cesare Battisti, nato a Sermoneta nel 1954, è stato autore, in età giovanile, di diversi atti di teppismo che gli costarono almeno tre arresti: un primo arresto per rapina a Frascati nel 1972, un secondo arresto nel 1974 per sequestro di persona a Sabaudia e, infine, un terzo arresto nel 1977 sempre per rapina. E’ in questa occasione che, rinchiuso nel carcere di Udine, Battisti entra in contatto con Arrigo Cavallina, ideologo dei PAC, che lo inserisce all’interno della sua organizzazione.
All’interno dei PAC Battisti è attivissimo e, in soli due anni - secondo le accuse - è partecipe o autore materiale di quattro omicidi:
- Nel giugno del 1978, a Udine, ha un ruolo di copertura nell’omicidio del Maresciallo della Polizia Penitenziaria (PP) Antonio Santoro, accusato di maltrattamenti ai detenuti;
- Nel febbraio del 1979, presso Santa Maria di Sala (VE), Battisti fa da copertura armata durante la rapina presso una macelleria. La rapina costerà la vita al macellaio Lino Sabbadin;
- Nel febbraio del 1979, sempre durante un tentativo di rapina, questa volta a Milano, venne ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani. Battisti è accusato di essere l’ideatore e uno degli organizzatori della rapina. Durante la rapina viene colpito anche Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi che, da quel momento, sarà costretto per sempre sulla sedia a rotelle;
- Nell’aprile del 1979 infine, sempre a Milano, viene ucciso l’agente della DIGOS Andrea Campagna, accusato di aver contribuito ai primi arresti avvenuti in merito al caso Torregiani. Per questo omicidio, Battisti è accusato di essere l’esecutore materiale.
Questi, in breve, i capi di accusa imputati a Battisti. Arrestato nel 1979, Battisti è riuscito ad evadere in Francia dove, grazie alla “Dottrina Mitterand”, ha passato la maggior parte della sua latitanza (è stato anche in Messico), riuscendo ad evitare due richieste di estradizione (prima nel 1991 e poi nel 2004). In questo periodo, Battisti si è ricreato una vita privata e pubblica, divenendo uno scrittore e raggiungendo una certa notorietà negli ambienti culturali internazionali.
L’arresto avviene improvvisamente nel 2007 in Brasile, precisamente a Copacabana, grazie al lavoro degli agenti dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) francesi e italiani. Il resto, come noto, è storia recente: l’Italia che chiede nuovamente l’estradizione di Battisti, le spaccature nel mondo politico e culturale e la recente approvazione dell’estradizione da parte della Corte Costituzionale Brasiliana (ora la parola finale spetta al Presidente brasiliano Lula).
Come si vede quindi, la storia di Battisti è una storia di luci ed ombre: ragazzo scapestrato, pare avvicinarsi al mondo dell’estremismo di sinistra più per definire ideologicamente la sua attitudine all’eversione, che per una vera e propria scelta di “vita da rivoluzionario”. E’ assolutamente vero che, da quando è evaso, Battisti ha cominciato un nuovo percorso, sia umano che culturale. E’ allo stesso tempo vero però che, con la sua impunibilità, Battisti è riuscito a godere di privilegi che, le vittime delle sue azioni, non hanno avuto. La cultura è un qualcosa di stupendo e chi la possiede, davvero, ha in mano una chiave unica per capire il mondo. Allo stesso modo però, la cultura e il mondo della cultura, non hanno il diritto, dall’alto del loro sapere, di voltare le spalle alla “sofferenza ignorante”, ovvero al dolore della povera gente che, senza nemmeno sapere come, ha avuto la vita sconvolta per questioni ideologiche alle quali, non ha scelto volontariamente di partecipare. Solo per fare un esempio concreto, nessuno ridarà mai ad Alberto Torregiani un padre e la possibilità di camminare. La sua sofferenza fisica e il dolore umano non possono davvero essere ignorati dalla storia, come qualcuno desidererebbe.
Rispetto quindi per la nuova vita di Battisti, per i suoi testi letterari e per la sua famiglia, ma non più di questo. Ora basta, “la ricreazione è finita”, è ora di tornare in classe, è ora di fare i conti con la storia.
Questo articolo non è certamente un pezzo facile da scrivere. In gioco c’è l’eterno dilemma sul concetto di giustizia nella storia: comprensione e perdono o fermezza e condanna?
La questione è all’ordine del giorno in relazione al caso di Cesare Battisti, ex membro dei “Proletari Armati per il Comunismo” (PAC), condannato in contumacia a quattro ergastoli per quattro omicidi commessi tra il 1978 e il 1979, ed ora al centro dell’attenzione mediatica per una sua possibile (e definitiva) estradizione in Italia.
Dall’ultimo capo di accusa imputato a Cesare Battisti sono passati trent’anni. Era infatti il 1979 e, da quel momento, la vita di Battisti è stata praticamente una fuga costante. Da qui il dilemma che sta dividendo il mondo della politica e della cultura: ha senso punire oggi un uomo che, nel tempo, si è ricostruito una vita privata e pubblica? La risposta è certamente suscettibile di numerose discussioni e, in questa sede, si cercherà di fornirne almeno una.
Cesare Battisti, nato a Sermoneta nel 1954, è stato autore, in età giovanile, di diversi atti di teppismo che gli costarono almeno tre arresti: un primo arresto per rapina a Frascati nel 1972, un secondo arresto nel 1974 per sequestro di persona a Sabaudia e, infine, un terzo arresto nel 1977 sempre per rapina. E’ in questa occasione che, rinchiuso nel carcere di Udine, Battisti entra in contatto con Arrigo Cavallina, ideologo dei PAC, che lo inserisce all’interno della sua organizzazione.
All’interno dei PAC Battisti è attivissimo e, in soli due anni - secondo le accuse - è partecipe o autore materiale di quattro omicidi:
- Nel giugno del 1978, a Udine, ha un ruolo di copertura nell’omicidio del Maresciallo della Polizia Penitenziaria (PP) Antonio Santoro, accusato di maltrattamenti ai detenuti;
- Nel febbraio del 1979, presso Santa Maria di Sala (VE), Battisti fa da copertura armata durante la rapina presso una macelleria. La rapina costerà la vita al macellaio Lino Sabbadin;
- Nel febbraio del 1979, sempre durante un tentativo di rapina, questa volta a Milano, venne ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani. Battisti è accusato di essere l’ideatore e uno degli organizzatori della rapina. Durante la rapina viene colpito anche Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi che, da quel momento, sarà costretto per sempre sulla sedia a rotelle;
- Nell’aprile del 1979 infine, sempre a Milano, viene ucciso l’agente della DIGOS Andrea Campagna, accusato di aver contribuito ai primi arresti avvenuti in merito al caso Torregiani. Per questo omicidio, Battisti è accusato di essere l’esecutore materiale.
Questi, in breve, i capi di accusa imputati a Battisti. Arrestato nel 1979, Battisti è riuscito ad evadere in Francia dove, grazie alla “Dottrina Mitterand”, ha passato la maggior parte della sua latitanza (è stato anche in Messico), riuscendo ad evitare due richieste di estradizione (prima nel 1991 e poi nel 2004). In questo periodo, Battisti si è ricreato una vita privata e pubblica, divenendo uno scrittore e raggiungendo una certa notorietà negli ambienti culturali internazionali.
L’arresto avviene improvvisamente nel 2007 in Brasile, precisamente a Copacabana, grazie al lavoro degli agenti dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) francesi e italiani. Il resto, come noto, è storia recente: l’Italia che chiede nuovamente l’estradizione di Battisti, le spaccature nel mondo politico e culturale e la recente approvazione dell’estradizione da parte della Corte Costituzionale Brasiliana (ora la parola finale spetta al Presidente brasiliano Lula).
Come si vede quindi, la storia di Battisti è una storia di luci ed ombre: ragazzo scapestrato, pare avvicinarsi al mondo dell’estremismo di sinistra più per definire ideologicamente la sua attitudine all’eversione, che per una vera e propria scelta di “vita da rivoluzionario”. E’ assolutamente vero che, da quando è evaso, Battisti ha cominciato un nuovo percorso, sia umano che culturale. E’ allo stesso tempo vero però che, con la sua impunibilità, Battisti è riuscito a godere di privilegi che, le vittime delle sue azioni, non hanno avuto. La cultura è un qualcosa di stupendo e chi la possiede, davvero, ha in mano una chiave unica per capire il mondo. Allo stesso modo però, la cultura e il mondo della cultura, non hanno il diritto, dall’alto del loro sapere, di voltare le spalle alla “sofferenza ignorante”, ovvero al dolore della povera gente che, senza nemmeno sapere come, ha avuto la vita sconvolta per questioni ideologiche alle quali, non ha scelto volontariamente di partecipare. Solo per fare un esempio concreto, nessuno ridarà mai ad Alberto Torregiani un padre e la possibilità di camminare. La sua sofferenza fisica e il dolore umano non possono davvero essere ignorati dalla storia, come qualcuno desidererebbe.
Rispetto quindi per la nuova vita di Battisti, per i suoi testi letterari e per la sua famiglia, ma non più di questo. Ora basta, “la ricreazione è finita”, è ora di tornare in classe, è ora di fare i conti con la storia.
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