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lunedì 9 novembre 2009

L'Iran e il nucleare: qualche motivo per preoccuparsi

Ecco tutte le implicazioni della "questione atomica" di Teheran...
di Daniel Arbib Tiberi
Troppi ritengono che la questione del nucleare iraniano si inserisca unicamente all’interno del diritto o meno di un paese di sviluppare un programma nucleare. In questo senso quindi, come per gli altri Stati del mondo, il diritto di Teheran di sviluppare il suo programma nucleare dovrebbe essere un diritto inalienabile. Il problema di questa lettura garantista è la sua incapacità di allargare il raggio d’azione del ragionamento. Infatti, fermiamoci un momento a riflettere e cerchiamo di capire che cosa determinerebbe nella regione mediorientale una nuclearizzazione dell’Iran.
In primis, ovviamente, si acuirebbe la crisi tra Israele e Iran e forse si potrebbe arrivare a una guerra preventiva da parte di Tzahal. Il Governo israeliano, che ufficialmente non ha mai ammesso l’esistenza di un suo programma nucleare, non potrebbe rimanere a guardare davanti al rafforzamento di un paese che, da ex alleato ai tempi della Persia, si è trasformato nel principale nemico internazionale (l’Iran sostiene, per bocca del suo presidente, la distruzione di Israele).
Anche in questo caso, diversi commentatori hanno equiparato il diritto nucleare di Israele con quello dell’Iran. Le situazioni però sono molto diverse: il nucleare israeliano si sviluppa negli anni ’50, ovvero in un periodo in cui Israele doveva confrontarsi con una intera regione ostile e con il successo del nasserismo. Il nucleare iraniano si inquadra invece in un contesto in cui la Repubblica Islamica ha ormai, almeno esternamente, ben pochi nemici (e quelli che aveva, i talebani e Saddam Hussein, sono stati colpiti o eliminati definitivamente negli ultimi dieci anni).
Secondariamente, il programma nucleare iraniano ha una influenza su tutta la regione mediorientale. Nonostante l’asse anomalo Erdogan-Ahmadinejad – un asse che sta mettendo in crisi la special relationship tra Israele e Turchia – alcuni dati rimangono incontrovertibili: l’Iran è un paese sciita fondato su una ideologia rivoluzionaria, mentre i suoi vicini sono, tutti o quasi, sunniti e eredi di monarchie tradizionaliste. La contrapposizione ideologica inoltre, si accompagna a quella economica, in considerazione dell’importanza del Golfo Persico per il mercato del petrolio (si pensi allo Stretto di Hormuz) e alle alleanze commerciali opposte che, ad esempio, Arabia Saudita e Iran coltivano (Riyad con Washington, Teheran con Mosca). A tal proposito non sembra un caso che numerosi paesi arabi sunniti stiano progettando programmi nucleari alternativi.
Il terzo e ultimo aspetto ci riporta nuovamente a Israele, più propriamente al conflitto arabo-israeliano-palestinese (citando Giovanni Codovini). La Marina israeliana ha recentemente intercettato, presso le coste di Cipro, una nave carica di armi destinate a Hezbollah. Armi che, ovviamente, era state direttamente inviate da Teheran. L’Iran è l’alleato fondamentale di Hamas e di Hezbollah, e inoltre mantiene una influenza molto forte sulla Siria, un paese il cui futuro sembra avvolto dall’incertezza. In questo senso quindi, da Teheran dipende la sorte della crisi di Gaza, dell’instabilità libanese e dell’inquietudine siriana. Insomma, il futuro della Regione.
Chiaramente, la tematica nucleare, non ha in Medioriente uno scopo solamente militare. Il petrolio sta raggiungendo il suo picco di estrazione (e i prezzi crescono) e i paesi produttori sono ben coscienti che, finito l’oro nero, la loro forza politica sarà estremamente ridotta. L’Iran poi, in particolare, vive una situazione politica ed economica estremamente instabile. Possiede una grande quantità di risorse naturali ma, ad esempio, è costretto a esportare e importare nuovamente una buona parte del petrolio che consuma, in considerazione della sua scarsa capacità di raffinazione. Se però gli obiettivi di Teheran fossero solo commerciali, certamente, avrebbe potuto sviluppare il suo programma all’interno di un quadro giuridico definito e pubblicamente noto (attraverso la Aiea, ad esempio). Così invece non è stato, e l’arricchimento dell’uranio a cui l’Iran punta è ben sopra quello richiesto per produrre solamente energia.
A margine di tutto questo infine, se proprio non si vogliono considerare gli aspetti geopolitici, si consideri il mero fattore culturale, troppo spesso sottovalutato: con tutti i suoi difetti Israele è una democrazia viva e responsabile, mentre Teheran, nonostante l’indubbia razionalità dei suoi apparati di regime, è un paese governato da un autoritarismo religioso che, attualmente, sta sempre più prendendo la strada della militarizzazione (anzi pasdarizzazione!) e che sta soffocando duramente ogni velleità di libertà politica presente al suo interno.
Francamente, appare attualmente difficile bloccare totalmente il programma nucleare iraniano. Quello che è possibile fare è superare il “complesso della necessità”: è vero che le potenze hanno bisogno dell’Iran per le sue ricchezze energetiche, ma è altrettanto vero che nessuna risorsa ha un valore vero per un produttore se non esiste un compratore. Se il consumatore quindi è interessato, come dovrebbe, a mantenere i suoi interessi senza doversi preoccupare presto di dover risolvere crisi imprevedibili, è bene allora che sappia far valere i suoi diritti immediatamente. Il prezzo dell’inazione potrebbe non essere solo quello del barile del petrolio. 8 novembre 2009

mercoledì 28 ottobre 2009

Corea del Nord, un rebus da risolvere presto

di Daniel Arbib Tiberi
Ci sono due modi per cominciare a parlare della Corea del Nord: descrivere il suo programma nucleare e le conseguenze che sta avendo a livello geopolitico, oppure dare immediatamente dei dati sulla situazione della sua popolazione. In questo caso abbiamo preferito scegliere la seconda strada.

Secondo un deputato sudcoreano, tale Sang-Hyun, in Corea del Nord esistono almeno sei campi di concentramento, in cui sarebbero rinchiusi circa 154 mila detenuti, costretti a lavorare oltre 10 ore al giorno in cambio di 100-200 grammi di cibo giornaliero. Da quando la crisi economica ha cominciato a colpire il paese, le condizioni di vita nella cosiddetta Repubblica popolare si sono costantemente deteriorate. Una politica economica prevalentemente basata sull’industria pesante, unita alla dissoluzione dell’Unione Sovietica – grande finanziatore del regime nordcoreano – e a una serie di disastri naturali, hanno costretto la maggior parte della popolazione a una vita di fame e stenti. Non è un caso il fatto che non sono praticamente disponibili dati sul reddito pro capite medio.

Piccolo inciso sulla politica della Corea del Nord: il paese, ufficialmente noto come Repubblica democratica popolare di Corea (Rdpc), è retto da oltre quarant’anni da una dittatura marxista-leninista fondata da Kim il-Sung, al potere dal 1948 al 1994 e divenuto, dopo la sua morte, presidente eterno della Corea del Nord (egli è anche noto come il “Grande leader”). Il posto di Kim il-Sung è stato preso da suo figlio, Kim Jong-il, noto a sua volta come il “Caro leader”, e capo del “Comitato di difesa nazionale”, vero organo istituzionale di governo del paese.

Da ormai sette anni la Corea del Nord è ritornata al centro del dibattito politico per il suo programma nucleare. Un programma cominciato con l’aiuto dei sovietici negli anni ’60 (fu infatti grazie alla loro cooperazione che venne costruito il primo centro di ricerca nucleare nella piccola città di Yonbyon). Il programma nucleare nordcoreano è stato basato principalmente sull’arricchimento di plutonio. Con la fine della Guerra Fredda e l’inizio di un periodo di dialogo tra Pyongyang e Seul, era parso a tutti che la questione del nucleare della Corea del Nord si stesse piano piano risolvendo. Nel 1991 infatti il regime comunista firmava un “accordi di riconciliazione” con la Corea del Sud, nel 1992 il paese si apriva ai controlli dell’Agenzia atomica internazionale (Aiea) e, finalmente, nel 1994, un protocollo di intesa veniva firmato direttamente con gli Stati Uniti. In cambio del congelamento del suo programma nucleare, la Corea del Nord riceveva aiuti alimentari, rifornimenti petroliferi e una collaborazione per la costruzione di due reattori ad acqua leggera (Lwr) da 1,000 Mw ciascuno.

L’accordo del 1994 fu però solamente una illusione. Nell’ottobre 2002 veniva alla luce il programma nucleare clandestino della Corea del Nord basato, stavolta, sull’uranio. L’anno successivo la Rdpc usciva dal Trattato di non proliferazione (Tnp) e nel 2006 il paese attuava il suo primo test nucleare che ha provocato una scossa pari a 4,2 gradi della scala Richter. Un secondo test è stato fatto invece nell’aprile del 2009: grazie a questo secondo esperimento il paese è stato giudicato dall’Aiea come “fully fledged nuclear power” (in pratica una potenza nucleare “a pieno titolo”).

La domanda da farsi è come mai la Corea del Nord, paese poverissimo, stia investendo tanti soldi in un programma nucleare? La risposta è semplice e univoca: la sopravvivenza del regime. Un programma nucleare di tipo militare serve al regime comunista per unire la sua popolazione interna contro un grande satana esterno (in questo caso gli Stati Uniti) e per acquisire una forza diplomatica che altrimenti non avrebbe. Paese che assomiglia davvero a un rudere del passato, la Corea del Nord si è dimostrata capace di giocare le poche carte che ha a disposizione molto bene. Attraverso una politica di provocazione e conciliazione, Pyongyang ha praticamente scavalcato la diplomazia del “dialogo a Sei” (il cosiddetto “Six Party Talks” cominciato nel 2003 con Usa, Corea del Sud, Giappone, Cina, Corea del Nord, Russia e Giappone), per puntare direttamente a un dialogo con la Casa Bianca. Il modello è un po’ quello seguito dall’India e dal Pakistan: creare una situazione di fatto in cui è possibile solamente scendere a patti.

Una situazione di forza derivata anche dalle capacità militari convenzionali (ovvero classiche), con cui l’esercito nord coreano tiene sotto scacco la capitale della Sud Corea, Seul. L’artiglieria nord coreana infatti è ben nascosta al confine e, in caso di attacco, potrebbe colpire Seul, come detto, in pochi secondi, distruggendone una buona parte. Se a questi dati si aggiunge il possesso, da parte nord coreana, di missili come il Taepedong 1, capaci di raggiungere il 2,900 Km e di trasportare testate nucleari multiple, si capisce bene come la questione sia davvero intricata.

Il presidente Obama ha condannato tutti i test nucleari e missilistici della Corea del Nord e ha sottolineato il fatto che la questione debba essere risolta all’interno di un dialogo multilaterale – il dialogo a Sei – e non bilaterale. I nord coreani però non sembrano molto concordi. Insieme al dialogo, la diplomazia spera anche in alcuni cambiamenti interni al regime. Recentemente si è discusso molto delle condizioni di salute del “caro leader” Kim Jong-il e si è fatto il nome di un suo possibile successore, suo figlio minore Kim Jong-un, ma almeno per ora niente sembra lasciar trasparire un cambiamento netto di rotta.

La risoluzione del problema nordcoreano non riveste una importanza solamente per la regione del cosiddetto Lontano Oriente, ma anche per quella del Vicino Oriente: la Rdpc è infatti tra le maggiori responsabili della proliferazione nucleare in tutta l’Asia (Medioriente compreso). Riportare all’ordine Pyongyang significa quindi dare al mondo maggiori garanzie di pace. La Cina e la Russia sono avvertite.

lunedì 19 ottobre 2009

Iran, quando un attentato è funzionale al governo

Esiste una teoria nel mondo diplomatico, una teoria scientifica. In inglese è nota come rallying around the flag, ovvero il racchiudersi tutti intorno alla bandiera. Che cosa significa? Semplicemente che, in alcuni momenti drammatici, una popolazione può stringersi intorno alla propria bandiera, ovvero intorno a chi li governa, mettendo da parte, in nome del bene più importante, tante questioni aperte sulle quali, magari, ci sarebbero motivi per alzare la voce. Come detto, si tratta di una teoria scientifica, elaborata da John E. Muller, nel suo testo Guerra, Presidenti e opinione pubblica del 1973. Si capisce bene che il “tutti intorno alla bandiera” rappresenta un’arma a doppio taglio: da una parte indica la capacità di una nazione di unirsi nei momenti difficili - si pensi all’eroica resistenza inglese e al sostegno al governo di Lord Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale -, dall’altra è anche una forza in mano ai governi per riuscire a superare momenti critici. Il gioco è semplice quanto triste: si provoca una crisi, si accusa un terzo di averla creata e in cambio si ottiene il risultato di distrarre la popolazione e di continuare a mantenere il potere. Secondo quanto appena detto, sembra allora interessante porsi una domanda: il recente attentato kamikaze contro i Pasdaran, ovvero i Guardiani della Rivoluzione, avvenuto nella zona del Baluchistan in Iran è davvero stato opera di “nemici del regime”? Oppure è possibile fare una riflessione più larga e cominciare ad analizzare chi veramente guadagna da questo attacco? L’Iran è ormai sulla bocca dell’intero mondo politico da mesi. Lo è sia per il suo programma nucleare, sia per quanto accaduto alle recenti elezioni presidenziali, contestate, che hanno visto la rielezione di Ahmadinejad. Dalla pubblicazione dei dati ufficiali e dal riconoscimento degli stessi da parte della Guida Suprema Ayatollah Khameney, infatti, una serie di contestazioni di piazza ha scosso il paese. Dopo settimane di manifestazioni, la repressione pare oggi aver avuto la meglio. Attenzione, però: l’Iran che rimane dopo questi fatti è una nazione devastata sia socialmente che economicamente. Ormai il paese è tutt’altro che una Repubblica Islamica: a farla da padroni sono ora i Pasdaran, vere forze armate dello Stato. Alleati fondamentali di Ahmadinejad e della sua corrente ultraconservatrice, hanno in mano una buona parte dell’economia iraniana e sono presenti anche all’interno dell’esecutivo: solo per fare un esempio, l’attuale ministro della Difesa è Ahmad Validi, ex capo dei Pasdaran, accusato dell’attacco al centro ebraico di Buenos Aires che nel 1994 ha causato oltre 80 morti. L’anima teologica, quindi, è stata sempre di più snaturata a favore di quella militarista. Per quanto riguarda le opposizioni, per dirla con un eufemismo, stanno vivendo un pessimo momento. Le minoranze sono sempre più schiacciate e molti dei manifestanti delle settimane di protesta marciscono nelle prigioni, vengono condannati a morte o, alla peggio, fatti sparire. La situazione economica interna è pessima: nonostante le riserve di petrolio, l’Iran non ha grandi capacità di raffinazione e dipende per questo dall’estero. Ahmadinejad ha disperso grandi risorse e il tasso di disoccupazione interno è elevatissimo, a fronte di una popolazione giovanissima. Insomma, alla dirigenza iraniana, per uscire dal vicolo cieco, serve proprio una strategia alternativa. In questo senso, è possibile notare che l’attentato contro i Pasdaran trasforma le Guardie della Rivoluzione da carnefici, repressori delle manifestazioni interne, a vittime. Accusando gli Usa, Israele, la Gran Bretagna e poi il Pakistan di aver compiuto l’attacco, Teheran trova poi dei carnefici su cui scaricare le colpe e una scusa per irrigidire le proprie posizioni diplomatiche. Non appare strano infatti che il presidente Ahmadinejad abbia affermato subito che «la questione del nucleare non è negoziabile». Certamente la zona del Baluchistan, quella dove i Pasdaran sono stati colpiti, è un’area molto instabile. In questa zona operano i ribelli sunniti, i cosiddetti Jandullah - i “soldati di dio” -, milizie vicine ai Talebani e ad al-Qaeda, che hanno appoggi anche all’interno dell’Isi (i servizi segreti pakistani) e che, nel 2005, hanno tentato di uccidere Ahmandinejad. L’attentato, quindi, potrebbe avere diversi responsabili. Dalle milizie sunnite, alle divisioni interne dello stesso gruppo paramilitare dei Pasdaran. Una sola cosa appare certa: il governo iraniano ha trovato subito il modo per sfruttare l’accaduto a proprio vantaggio. La popolazione si stringerà intorno al governo, le voci di dissenso si placheranno (o verranno placate…) in nome del più importante dramma collettivo e la repressione che spetterà alla zona del Beluchistan sarà certamente durissima. Senza contare che, quasi certamente, assisteremo a una recrudescenza degli attacchi delle milizie sciite in Iraq. A fronte di tutto questo, contro tutti e tutto, il regime clerico-militarista iraniano rafforza il suo potere e persevera nella sua, discussa e discutibile, sopravvivenza.

Congo, quel paese che non trova pace - di Daniel Arbib Tiberi

Di guerre mondiali, la nostra storia, ne conosce due/tre (considerando quanti sostengono che anche la Guerra Fredda sia stata un conflitto mondiale). Più senso ha forse l’interpretazione che vede i fallimenti dei trattati di pace della Prima Guerra Mondiale come causa della Seconda, e la fine della Guerra Fredda come il termine dei contenziosi aperti tra il 1939 e il 1945. Tutto ciò però ha poca importanza in questo contesto e serve solo a rimarcare la nostra lettura della storia unicamente nell’ottica Occidentale. Una lettura che lascia completamente sconosciute altre aree del mondo.
Quanti infatti sono a conoscenza di quanto avvenuto negli ultimi anni nella Repubblica democratica del Congo? Quanti sanno che questo paese è stato protagonista di quella che viene chiamata la “ guerra mondiale africana”? Stato appartenuto personalmente al monarca belga Leopoldo II, la Repubblica democratica del Congo (Rdc) – che copre un’area enorme di circa 2.345.410 km² – è praticamente rimasto proprietà di un singolo uomo anche dopo l’indipendenza, dichiarata nel maggio del 1960. Infatti, con la guerra di secessione del Katanga, l’uccisione di Patrice Lumumba nel 1961 e l’arrivo al potere del generale Mobutu nel 1965, l’attuale Rdc è diventata preda di un regime autoritario (totalitario in alcuni momenti), basato su un partito unico – il Movimento popolare della rivoluzione (Mpr) – sui principi dell’africanizzazione – Mobutu cambiò il nome del paese in Zaire e il suo personale in Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga ovvero “Mobutu il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che alcuno possa fermarlo" – e sul sostegno dell’Occidente (Belgio e Francia in particolare).L’appoggio occidentale al regime repressivo di Mobutu ovviamente non era disinteressato: il territorio infatti è ricchissimo di risorse minerarie – particolarmente il cobalto, il ramo, l’uranio e i diamanti – che facevano gola a numerose potenze. La storia recente della Repubblica democratica del Congo si interseca poi con i tragici fatti del Ruanda. Per farla breve: nel 1994 un milione di Hutu si spostarono verso lo Zaire seguiti, nel 1996, dalle milizie Tutsi del Fronte patriottico ruandese e successivamente dalle truppe regolari ruandesi, miranti ad impossessarsi delle ricchezze del territorio. Per arrivare al suo obiettivo il Ruanda sostenne le milizie dell’“Alleanza delle forze democratiche del Congo-Zaire” guidata da Laurent-Desirè Kabila e appoggiata anche dall’Uganda e dall’Angola. La ribellione delle milizie di Kabila riuscì a conquistare la capitale Kinshasa nel 1997, allontanando Mobutu dal potere (Mobutu morirà poco dopo in Marocco). Kabila si autoproclamò presidente rinominando il paese in Repubblica democratica del Congo.
Le vicissitudini del paese però non terminarono qui anzi: le relazioni tra il nuovo regime e il Ruanda si deteriorano presto e questo determinò una nuova rivolta dei Tutsi. A questo punto la guerra divenne “mondiale”: Ruanda, Uganda si schierarono contro Kabila, mentre Namibia, Ciad, Zimbabwe, Sudan e Angola sostennero il presidente in carica. Il termine mondiale non è improprio visto che, a livello di armamenti, intervennero dall’esterno numerosi paesi quali Stati Uniti, Francia, Cina, Corea del Nord, Georgia, Polonia, altri paesi dell’Europa dell’ex blocco sovietico. Un tentativo di mediazione fatto da Nelson Mandela fallì nel 1999. Quando nel gennaio 2001 Desirè Kabila venne ucciso, il suo posto venne preso dal figlio Joseph.
Solamente nel 2003, sempre grazie alla mediazione del Sud Africa guidato dal Presidente Mbemba, si riuscì ad arrivare ad un accordo che prevedeva la nascita di un governo di “unità nazionale” e la promulgazione di una Costituzione transitoria. Grazie a questo accordo il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha autorizzato l’intervento di una forza multinazionale di pace (missione Monuc), con circa 10.800 caschi blu dispiegati in Ituri, nel nord Kivu e nel Sud Kivu. Gli scontri, soprattutto dopo le elezioni contestate del 2006, proseguono duramente sia nella zone del Kivu (recentemente è stato arrestato il signore della guerra Laurent Nkunda) e nella zona dell’Ituri, dove si scontrano le etnie Lendu e Hema.
A fronte di questi scontri, determinati per lo più da interessi particolari, le vere vittime sono, come al solito, i civili. Oltre 3,5 milioni di morti sinora (circa 500mila uccisi nei combattimenti, circa 3 milioni morti per le carestie provocate dalla guerra). I profughi superano i 3 milioni di persone, in maggioranza purtroppo donne e bambini. I casi di stupri ormai non si contano più ed è diffusissimo il fenomeno dei bambini soldato. È stato calcolato che per ogni due bambini liberati, ben cinque vengono arruolati. Interi orfanotrofi sono stati presi d’assalto e spesso questi “giovani combattenti” sono costretti a uccidere i loro genitori. Un vero e proprio dramma senza fine.

martedì 13 ottobre 2009

LA CRISI DIPLOMATICA TRA TURCHIA E ISRAELE - Causa e prospettive

"Lealtà è cambiata e i legami strategici che avevamo con la Turchia semplicemente sono finiti”. Queste le parole di un ufficiale israeliano dopo la cancellazione dell’esercitazione aerea della NATO “Anatolian Eagle”. La decisione turca rappresenta perfettamente l’attuale stato delle relazioni tra Israele e Turchia. Ankara infatti, sull’onda del forte sentimento antiisraeliano presente nella società turca - soprattutto dopo l’operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza (Piombo fuso) - ha rifiutato la partecipazione dei jet di Tzahal alle simulazioni di combattimento, previste nell’esercitazione NATO.
Questa scelta, tutta politica, è stata spiegata dal governo di Erdogan con la impossibilità di accettare, sul proprio territorio, “gli stessi aerei da combattimento responsabili dei bombardamenti del dicembre 2008 nella Striscia di Gaza”.
La decisione della Turchia non rappresenta solamente un incidente di percorso. Se non è possibile, ovviamente, dichiarare definitivamente morto l’asse strategico tra Israele e Turchia - ancora troppo importante per entrambi gli Stati - è senz’altro facile sostenere che siamo davanti ad un pesate allentamento di rapporti.
Infatti, sebbene il governo di Erdogan si sia proposto come mediatore tra Israele e Siria – un processo di pace attualmente in fase di stallo – non sono mancati momenti di durissimo scontro diplomatico in merito alla delicata questione del conflitto israelo-palestinese.
Brevemente: nel 2004 la Turchia ha denunciato l’uccisione dello sceicco Yassin da parte dell’aviazione israeliana e, nel 2006, ha accolto in pompa magna il leader di Hamas in esilio Khaled Meshal. Recentemente invece, al Forum di Davos del 2009, Erdogan ha descritto Israele come uno “Stato sponsor del terrorismo” mentre Israele, da parte sua, ha invitato la Turchia a “guardarsi allo specchio” in considerazione delle sue azioni militari contro il popolo curdo.
L’allentamento delle relazioni tra Israele e Turchia, rompe una tradizione di cooperazione strategico-economico-militare ormai decennale. Israele rappresenta ancora oggi il primo fornitore di armamenti della Turchia (Israele sta modernizzando i Phantoms F-4 e F-5 turchi) e, dopo l’accordo di libero scambio del 2000, Gerusalemme esporta verso Ankara un quantitativo di beni e servizi del valore di 1,5 miliardi di dollari (importando, a sua volta, dalla Turchia beni e servizi per un valore di 1 miliardo di dollari).
Questo asse strategico però, è figlio di un momento storico ormai in parte superato, fondato su due presupposti: 1 - la Guerra Fredda; 2- una Turchia laicista, che aveva al centro del suo agire politico l’esercito, vero e proprio baluardo del “kemalismo”.
Come noto oggi, almeno ideologicamente, la Guerra Fredda è termina e, con il rafforzamento del potere del “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo”, il laicismo sfrenato della Turchia sembra ormai superato. La sostituzione del Generale Mehmet Yaşar Büyükanıt, simbolo del kemalismo, e il processo “Ergenekon” - processo in atto contro diversi esponenti della cultura e dell’establishment politico e militare accusati di un tentativo di golpe ai danni dell’esecutivo e di numerose altre stragi avvenute nel passato - sembrano aver rafforzato definitivamente la posizione del governo in carica. A questi avvenimenti va aggiunta la crescita politica dell’MHP, Partito Nazionalista Turco, estremamente avverso alle minorante e al kemalismo e diventato la voce dell’oltranzismo religioso dopo le titubanze dell’AKP, durante il primo tentativo di eleggere Abdullah Gul a Presidente della Repubblica nel 2007.
La Turchia insomma sembra, lentamente, cambiare volto, diventando più partecipativa, ma anche ponendo numerosi interrogativi in merito al suo futuro.
In questo senso è possibile quindi fare due considerazioni finali. La prima è che, per assicurarci che la Turchia non cada preda del radicalismo islamico, è necessario che questa mantenga un forte link con l’Europa e con l’Occidente tutto. In questo senso quindi è fondamentale ricucire lo strappo con Israele. L’asse strategico che passa tra Gerusalemme e Ankara, non è soltanto una garanzia di stabilità contro una altra possibile crisi nella regione, ma garantisce anche una stretta contro l’espansionismo iraniano – guardato con diffidenza da tutto il mondo sunnita, Arabia Saudita e Egitto in testa. Infine, l’attuale mediazione turca nella questione israelo-siariana, indica anche una interessante opportunità per rompere l’anomala alleanza tra Damasco e Teheran.
Il rilancio dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi appare, in questo senso, fondamentale: a Obama, Netanyahu e Abu Mazen l’ardua sentenza.
Daniel Arbib Tiberi