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lunedì 19 ottobre 2009

Iran, quando un attentato è funzionale al governo

Esiste una teoria nel mondo diplomatico, una teoria scientifica. In inglese è nota come rallying around the flag, ovvero il racchiudersi tutti intorno alla bandiera. Che cosa significa? Semplicemente che, in alcuni momenti drammatici, una popolazione può stringersi intorno alla propria bandiera, ovvero intorno a chi li governa, mettendo da parte, in nome del bene più importante, tante questioni aperte sulle quali, magari, ci sarebbero motivi per alzare la voce. Come detto, si tratta di una teoria scientifica, elaborata da John E. Muller, nel suo testo Guerra, Presidenti e opinione pubblica del 1973. Si capisce bene che il “tutti intorno alla bandiera” rappresenta un’arma a doppio taglio: da una parte indica la capacità di una nazione di unirsi nei momenti difficili - si pensi all’eroica resistenza inglese e al sostegno al governo di Lord Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale -, dall’altra è anche una forza in mano ai governi per riuscire a superare momenti critici. Il gioco è semplice quanto triste: si provoca una crisi, si accusa un terzo di averla creata e in cambio si ottiene il risultato di distrarre la popolazione e di continuare a mantenere il potere. Secondo quanto appena detto, sembra allora interessante porsi una domanda: il recente attentato kamikaze contro i Pasdaran, ovvero i Guardiani della Rivoluzione, avvenuto nella zona del Baluchistan in Iran è davvero stato opera di “nemici del regime”? Oppure è possibile fare una riflessione più larga e cominciare ad analizzare chi veramente guadagna da questo attacco? L’Iran è ormai sulla bocca dell’intero mondo politico da mesi. Lo è sia per il suo programma nucleare, sia per quanto accaduto alle recenti elezioni presidenziali, contestate, che hanno visto la rielezione di Ahmadinejad. Dalla pubblicazione dei dati ufficiali e dal riconoscimento degli stessi da parte della Guida Suprema Ayatollah Khameney, infatti, una serie di contestazioni di piazza ha scosso il paese. Dopo settimane di manifestazioni, la repressione pare oggi aver avuto la meglio. Attenzione, però: l’Iran che rimane dopo questi fatti è una nazione devastata sia socialmente che economicamente. Ormai il paese è tutt’altro che una Repubblica Islamica: a farla da padroni sono ora i Pasdaran, vere forze armate dello Stato. Alleati fondamentali di Ahmadinejad e della sua corrente ultraconservatrice, hanno in mano una buona parte dell’economia iraniana e sono presenti anche all’interno dell’esecutivo: solo per fare un esempio, l’attuale ministro della Difesa è Ahmad Validi, ex capo dei Pasdaran, accusato dell’attacco al centro ebraico di Buenos Aires che nel 1994 ha causato oltre 80 morti. L’anima teologica, quindi, è stata sempre di più snaturata a favore di quella militarista. Per quanto riguarda le opposizioni, per dirla con un eufemismo, stanno vivendo un pessimo momento. Le minoranze sono sempre più schiacciate e molti dei manifestanti delle settimane di protesta marciscono nelle prigioni, vengono condannati a morte o, alla peggio, fatti sparire. La situazione economica interna è pessima: nonostante le riserve di petrolio, l’Iran non ha grandi capacità di raffinazione e dipende per questo dall’estero. Ahmadinejad ha disperso grandi risorse e il tasso di disoccupazione interno è elevatissimo, a fronte di una popolazione giovanissima. Insomma, alla dirigenza iraniana, per uscire dal vicolo cieco, serve proprio una strategia alternativa. In questo senso, è possibile notare che l’attentato contro i Pasdaran trasforma le Guardie della Rivoluzione da carnefici, repressori delle manifestazioni interne, a vittime. Accusando gli Usa, Israele, la Gran Bretagna e poi il Pakistan di aver compiuto l’attacco, Teheran trova poi dei carnefici su cui scaricare le colpe e una scusa per irrigidire le proprie posizioni diplomatiche. Non appare strano infatti che il presidente Ahmadinejad abbia affermato subito che «la questione del nucleare non è negoziabile». Certamente la zona del Baluchistan, quella dove i Pasdaran sono stati colpiti, è un’area molto instabile. In questa zona operano i ribelli sunniti, i cosiddetti Jandullah - i “soldati di dio” -, milizie vicine ai Talebani e ad al-Qaeda, che hanno appoggi anche all’interno dell’Isi (i servizi segreti pakistani) e che, nel 2005, hanno tentato di uccidere Ahmandinejad. L’attentato, quindi, potrebbe avere diversi responsabili. Dalle milizie sunnite, alle divisioni interne dello stesso gruppo paramilitare dei Pasdaran. Una sola cosa appare certa: il governo iraniano ha trovato subito il modo per sfruttare l’accaduto a proprio vantaggio. La popolazione si stringerà intorno al governo, le voci di dissenso si placheranno (o verranno placate…) in nome del più importante dramma collettivo e la repressione che spetterà alla zona del Beluchistan sarà certamente durissima. Senza contare che, quasi certamente, assisteremo a una recrudescenza degli attacchi delle milizie sciite in Iraq. A fronte di tutto questo, contro tutti e tutto, il regime clerico-militarista iraniano rafforza il suo potere e persevera nella sua, discussa e discutibile, sopravvivenza.

Congo, quel paese che non trova pace - di Daniel Arbib Tiberi

Di guerre mondiali, la nostra storia, ne conosce due/tre (considerando quanti sostengono che anche la Guerra Fredda sia stata un conflitto mondiale). Più senso ha forse l’interpretazione che vede i fallimenti dei trattati di pace della Prima Guerra Mondiale come causa della Seconda, e la fine della Guerra Fredda come il termine dei contenziosi aperti tra il 1939 e il 1945. Tutto ciò però ha poca importanza in questo contesto e serve solo a rimarcare la nostra lettura della storia unicamente nell’ottica Occidentale. Una lettura che lascia completamente sconosciute altre aree del mondo.
Quanti infatti sono a conoscenza di quanto avvenuto negli ultimi anni nella Repubblica democratica del Congo? Quanti sanno che questo paese è stato protagonista di quella che viene chiamata la “ guerra mondiale africana”? Stato appartenuto personalmente al monarca belga Leopoldo II, la Repubblica democratica del Congo (Rdc) – che copre un’area enorme di circa 2.345.410 km² – è praticamente rimasto proprietà di un singolo uomo anche dopo l’indipendenza, dichiarata nel maggio del 1960. Infatti, con la guerra di secessione del Katanga, l’uccisione di Patrice Lumumba nel 1961 e l’arrivo al potere del generale Mobutu nel 1965, l’attuale Rdc è diventata preda di un regime autoritario (totalitario in alcuni momenti), basato su un partito unico – il Movimento popolare della rivoluzione (Mpr) – sui principi dell’africanizzazione – Mobutu cambiò il nome del paese in Zaire e il suo personale in Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga ovvero “Mobutu il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che alcuno possa fermarlo" – e sul sostegno dell’Occidente (Belgio e Francia in particolare).L’appoggio occidentale al regime repressivo di Mobutu ovviamente non era disinteressato: il territorio infatti è ricchissimo di risorse minerarie – particolarmente il cobalto, il ramo, l’uranio e i diamanti – che facevano gola a numerose potenze. La storia recente della Repubblica democratica del Congo si interseca poi con i tragici fatti del Ruanda. Per farla breve: nel 1994 un milione di Hutu si spostarono verso lo Zaire seguiti, nel 1996, dalle milizie Tutsi del Fronte patriottico ruandese e successivamente dalle truppe regolari ruandesi, miranti ad impossessarsi delle ricchezze del territorio. Per arrivare al suo obiettivo il Ruanda sostenne le milizie dell’“Alleanza delle forze democratiche del Congo-Zaire” guidata da Laurent-Desirè Kabila e appoggiata anche dall’Uganda e dall’Angola. La ribellione delle milizie di Kabila riuscì a conquistare la capitale Kinshasa nel 1997, allontanando Mobutu dal potere (Mobutu morirà poco dopo in Marocco). Kabila si autoproclamò presidente rinominando il paese in Repubblica democratica del Congo.
Le vicissitudini del paese però non terminarono qui anzi: le relazioni tra il nuovo regime e il Ruanda si deteriorano presto e questo determinò una nuova rivolta dei Tutsi. A questo punto la guerra divenne “mondiale”: Ruanda, Uganda si schierarono contro Kabila, mentre Namibia, Ciad, Zimbabwe, Sudan e Angola sostennero il presidente in carica. Il termine mondiale non è improprio visto che, a livello di armamenti, intervennero dall’esterno numerosi paesi quali Stati Uniti, Francia, Cina, Corea del Nord, Georgia, Polonia, altri paesi dell’Europa dell’ex blocco sovietico. Un tentativo di mediazione fatto da Nelson Mandela fallì nel 1999. Quando nel gennaio 2001 Desirè Kabila venne ucciso, il suo posto venne preso dal figlio Joseph.
Solamente nel 2003, sempre grazie alla mediazione del Sud Africa guidato dal Presidente Mbemba, si riuscì ad arrivare ad un accordo che prevedeva la nascita di un governo di “unità nazionale” e la promulgazione di una Costituzione transitoria. Grazie a questo accordo il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha autorizzato l’intervento di una forza multinazionale di pace (missione Monuc), con circa 10.800 caschi blu dispiegati in Ituri, nel nord Kivu e nel Sud Kivu. Gli scontri, soprattutto dopo le elezioni contestate del 2006, proseguono duramente sia nella zone del Kivu (recentemente è stato arrestato il signore della guerra Laurent Nkunda) e nella zona dell’Ituri, dove si scontrano le etnie Lendu e Hema.
A fronte di questi scontri, determinati per lo più da interessi particolari, le vere vittime sono, come al solito, i civili. Oltre 3,5 milioni di morti sinora (circa 500mila uccisi nei combattimenti, circa 3 milioni morti per le carestie provocate dalla guerra). I profughi superano i 3 milioni di persone, in maggioranza purtroppo donne e bambini. I casi di stupri ormai non si contano più ed è diffusissimo il fenomeno dei bambini soldato. È stato calcolato che per ogni due bambini liberati, ben cinque vengono arruolati. Interi orfanotrofi sono stati presi d’assalto e spesso questi “giovani combattenti” sono costretti a uccidere i loro genitori. Un vero e proprio dramma senza fine.