Visualizzazione post con etichetta Pubblicato su "Il Tempo". Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pubblicato su "Il Tempo". Mostra tutti i post

martedì 8 dicembre 2009

INCENTIVI E BASSI CONSUMI. ORA L'ITALIA DRIBBLA KYOTO

Di Fabio Perugia

L'Italia rispetterà l'impegno preso nel Protocollo di Kyoto. «Quando nel 2012 i tempi per ridurre le emissioni del 6,5 per cento (rispetto al 1990) scadranno, Roma sarà in regola». Avrà raggiunto il suo obiettivo e non pagherà alcuna sanzione. L'uomo che lavora giorno e notte al taglio dei gas inquinanti della Penisola è Corrado Clini, direttore generale del ministero dell'Ambiente. È lui ad assicurare che l'Italia ce la farà. «Il lavoro di questi anni ha portato a un importante risultato: le emissioni 2008-2009 sono tornate a quelle del 1990, con un Pil che è comunque cresciuto di circa il 30 per cento. Oggi - spiega Clini - abbiamo quello che si chiama disaccoppiamento: il Prodotto interno lordo cresce e le emissioni di carbonio no. Ci siamo stabilizzati».


Ma per raggiungere gli obiettivi di Kyoto c'è bisogno, da oggi, di diminuire del 6,5 per cento la concentrazione di gas a effetto serra. E il ministero dell'Ambiente conta di farcela. La strategia è aumentare le quote di rinnovabili, riducendo i consumi nel settore dei trasporti. L'Italia potrà anche contare sui crediti di carbonio accumulati grazie ai 300 progetti realizzati nei Paesi in via di sviluppo, mirati a consolidare le migliori tecnologie energetiche a basse emissioni. È il caso di nazioni come la Cina, con la quale l'Italia è il primo partner nel campo dell'ambiente. Altro strumento che, secondo Clini, ci permetterà di essere in regola con il Protocollo, è il Fondo rotativo per Kyoto. Un salvadanaio da 600 milioni di euro che l'Italia non era ancora riuscita a rompere. Finalmente, dopo due anni e mezzo, nel 2010 arriverà lo sblocco dei soldi che servono a finanziare piccoli e medi progetti, del settore pubblico e delle piccole e medie imprese italiane, volti a migliorare l'efficienza energetica e a utilizzare le fonti rinnovabili.


Ciò attraverso un sistema di credito agevolato che consente di sostenere i costi iniziali dell'investimento. Il direttore del ministero dell'Ambiente ha anche pensato al Bel Paese come un grande polmone verde. È per questo che ha avviato un progetto di indicizzazione del patrimonio forestale. I boschi italiani, infatti, assorbono dieci milioni di tonnellate di carbonio l'anno. Questi «pozzi» sono una vera e propria boccata d'ossigeno per raggiungere gli obiettivi. Così, con queste iniziative, Clini conta di rispettare i parametri imposti dal Protocollo di Kyoto. Ma allo sprint finale bisogna aggiungere il lavoro di anni. L'Italia ha infatti un sistema energetico che ha abbandonato prima di altre nazioni l'uso intensivo del carbone e dell'olio, facendo divenire il gas il combustibile di riferimento del Paese.


Altro contributo ai tagli lo danno le nostre automobili che contano le minori emissioni specifiche di carbonio: un dato che si è consolidato negli anni e non è un caso se negli Stati Uniti la Fiat subentri alla grande crisi di Detroit, portando nel mercato americano tecnologie e prodotti a basso consumo. Altro primato italiano è l'uso delle fonti rinnovabili, che «coprono» il 18 per cento dell'elettricità utilizzata nella Penisola. Inizia a dare ottimi frutti anche la rete dei trasporti di massa, grazie all'alta velocità che ha ridotto il consumo del carburante dell'8-9 per cento rispetto agli anni 2005-2006.


Negli ultimi dieci anni, inoltre, è radicalmente cambiata l'industria dell'Italia. Le ristrutturazioni hanno portato a un forte aumento dell'efficienza nelle produzioni e la chiusura di molti impianti che avevano perso competitività. Solo l'industria chimica ha avuto un aumento di efficienza del 125 per cento. Un lavoro di anni che porta a risultati in controtendenza rispetto alle previsione dell'Unione europea. Fino a poche settimane fa Bruxelles dava per scontato il fallimento dell'Italia. Ma i numeri dicono il contrario.

mercoledì 18 novembre 2009

Obama, la Cina, il clima e l'accordo "impossibile"

Di Fabio Perugia

Le parole di Barack Obama e Hu Jintao porteranno con difficoltà a risultati concreti alla conferenza Onu sul clima di Copenaghen, che si svolgerà a dicembre. Sono i tecnici che si occupano di ambiente a Bruxelles, all'Unione europea, a esserne convinti. Usa e Cina sono i Paesi maggiormente inquinanti. E dopo il «no» a intese sul taglio di Co2 di domenica scorsa che aveva scosso anche il segretario Onu Ban Ki-moon, il presidente americano torna sulle sue parole spiegando che non punterà «a un accordo parziale o una dichiarazione politica, ma a un accordo che copra tutti i problemi con i negoziati e che abbia effetto immediato».
Il presidente cinese, da parte sua, esprime la volontà che il vertice di Copenaghen non fallisca. Dichiarazioni che arrivano proprio nel giorno in cui nella capitale danese si svolge un pre-vertice di 44 ministri dell'Ambiente (presente anche Stefania Prestigiacomo), per cercare una prima intesa politica. Dalla riunione a porte chiuse, però, non sembrano uscire notizie positive, se non la soddisfazione per le parole di Obama. Ma per passare ai fatti serve altro. Anche se Obama promette un accordo politico vincolante, nei fatti l'intesa che firmerà non sarà legalmente vincolante. A Bruxelles chi ha in mano le «carte», i tecnici che di fatto le scrivono, spiega «gli Stati Uniti sono impossibilitati ad arrivare a Copenaghen portando qualcosa di accettabile. Cina e Usa non si vogliono impegnare».
E senza i colossi dell'inquinamento mondiale si rischia un altro fallimento post Tokyo. L'accordo probabile sarà quindi generico, si potrebbe ridurre a una banale riconferma di quanto detto nei vertici precedenti: impegno a tenere l'innalzamento della temperatura sotto i due gradi o le riduzioni globali del 50 per cento entro il 2050. L'altra ipotesi «è definire i principi generali dei finanziamenti e degli aiuti - spiegano da Bruxelles - da destinare ai Paesi in via di sviluppo. Ma i soldi sul tavolo non si metteranno. L'America non è pronta, non è un Paese che va in giro a firmare accordi internazionali».
A questo va aggiunto un ulteriore elemento: gli States non si vincolano legalmente senza un mandato del Congresso che, a oggi, non esiste. E ciò che Obama vuole evitare è fare la figura di Bill Clinton che, di fronte a un Congresso contro Kyoto, alla fine firmò senza poi avere il potere di ratificare. Senza i soldi di America e Cina, quindi, sarà una conferenza Onu in cui parlare di vittoria dell'ambiente potrebbe essere proibitivo. A Bruxelles sperano che, almeno, venga firmato il finanziamento di 100 miliardi di euro, entro il 2020, ai Paesi poveri che soffrono il cambiamento climatico. Se non sarà un successo le prime nazioni a subirne le conseguenze politiche saranno quelle dell'Europa del Nord, anche per il grande investimento effettuato nelle energie rinnovabili e nel taglio di Co2 effettutato in questi anni.
La Danimarca, che ospita la conferenza, sarà tra i Paesi più sconfitti, considerando anche che nel governo danese più di un ministro aveva scommesso la propria casella politica nella riuscita di un accordo. La Svezia viene subito dopo: se sarà un insuccesso Stoccolma avrà chiuso la sua presidenza europea senza aver portato a casa risultati. Intanto, secondo un rapporto redatto da 31 ricercatori di sette Paesi, le riserve naturali di anidride carbonica presenti nel terreno e negli oceani non riescono più a compensare le emissioni del principale gas serra prodotto dall'uomo. America e Cina sono ogni giorno più decisive nella lotta al global warming.

lunedì 16 novembre 2009

Via al summit Fao ma mancano i fondi. Il Papa: "Sulla Terra c'è cibo per tutti"

Di Fabio Perugia

Il vertice Fao che si apre a Roma si pone il grande obbiettivo di sviluppare un serio programma per ridurre il numero di affamati nel mondo e aiutare due miliardi di agricoltori. Ma anche questo sarà il summit delle parole e non dei fatti.
Il primo elemento negativo è l'assenza dei leader delle più potenti nazioni economiche. Non ci sarà Obama, impegnato nella missione in Oriente. Disertano anche Sarkozy, il primo ministro inglese Brown e la tedesca Merkel. Assenze importanti letti i numeri, gli affamati nel mondo sono 1,02 miliardi, e vista la presenza di Papa Benedetto XVI che anche ieri nel suo Angelus ha lanciato un messaggio ai Grandi della Terra sui temi dell'alimentazione, scarsità d'acqua e povertà. Certo, è vero che il numero degli arrivi negli aeroporti di Roma hanno toccato quota 140, ma ai gates di Fiumicino e Ciampino non si sono viste «facce da G8». Al massimo leader di nazioni dove in parte regna la fame, che atterrano con due o tre aerei, come nel caso del libico Gheddafi e dell'egiziano Mubarak, e delegazioni da occupare interi hotel.
A proposito di Gheddafi, il raìs ha voluto allietare la sua permanenza nella Capitale reclutando 200 ragazze con le quali si intratterrà in questi giorni e alle quali già ieri, in una serata di gala, ha regalato qualche omaggio libico e il Corano, oltre al compenso di 50 euro netti al giorno. Alle giovani, che ha invitato a convertirsi all'Islam, il leader di Tripoli ha detto testualmente: «Voi credete che Gesù è stato crocifisso ma non lo è stato, lo ha preso Dio in cielo. Hanno crocefisso uno che assomigliava a lui». E ancora: «Gli ebrei hanno cercato di ammazzare Gesù perchè lui voleva rimettere sulla via giusta la religione di Mosè», aggiungendo: « «Gesù è stato inviato per gli ebrei, non per voi, Maometto invece è stato mandato per tutti gli umani. Chiunque va in una direzione differente a quella di Maometto fa uno sbaglio. La religione di Dio è l'Islam e chi professa una religione diversa dall'Islam non è accettato e alla fine è quello che perde».
L'altro elemento negativo è il testo finale che sarà presentato all'assemblea della Fao. Non è un caso che proprio il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che in queste ore sta effettuando lo sciopero della fame, si è detto «deluso per i contenuti del documento finale, elaborato in questi giorni. Il testo - spiega Alemanno - pur avendo ottimi intenti come l'impegno dei Paesi non si pone obiettivi ambiziosi». Il vincolo iscritto tra le righe del documento è «fermare immediatamente l'aumento degli affamati nel mondo e, contemporaneamente, diminuirne significativamente il numero»: quanti avranno la volontà di trasformare questa dichiarazione di intenti in un progetto serio? La speranza del direttore generale della Fao, Jacques Diouf, è che le nazioni industrializzate investiranno nel sistema agricolo e rurale dei Paesi poveri il 17 per cento degli aiuti con uno stanziamento di 44 miliardi di dollari l'anno, per combattere la fame.
Una speranza perché, ad esempio, della promessa fatta dai leader del G8 all'Aquila sulla disponibilità a donare 20 miliardi di dollari sulla sicurezza alimentare sono rimaste solo le intenzioni: sul conto corrente della Fao non è stato ancora versato un euro. Intanto chi ha già messo i soldi sul tavolo (di quelli c'è bisogno, più che di maxi convegni) è la Banca Islamico di Sviluppo, che ha stanziato un miliardo di dollari per i programmi di sostegno e di sviluppo agricoli. L'investimento della Banca nei progetti Fao potrebbe arrivare a 5 miliardi nel 2012. L'ultimo elemento negativo del vertice di Roma (in rappresentanza del G8 parteciperà Berlusconi) è proprio il numero degli affamati.
Un numero in crescita, che solo nel 2009 è aumentato di 105 milioni. Nel 2000, quando se ne contavano 800 milioni, il summit mondiale si era posto l'obiettivo di dimezzare gli affamati entro il 2015. Ma alle porte del 2010 abbiamo superato il miliardo di persone senza cibo. Obiettivo fallito, quindi. E il vertice di questi giorni sposterà le lancette dell'orologio di quarant'anni. In quanto, secondo la Fao, con il massimo impegno si riuscirebbe a dimezzare il numero di persone che vivono nella fame solo nel 2050. Anno in cui la popolazione avrà raggiunto i 9,1 miliardi e per sfamarla sarà necessario accrescere del 70 per cento la produzione di cibo. Il vertice mondiale diventa così un incontro per parlare di un impegno a lunghissimo termine, di cui la maggior parte dei partecipanti non vedrà i risultati. Intanto, nel mondo muore di fame un bambino ogni sei secondi.