L'umore che si respira all'Unione europea è pessimo. E i tecnici dell'ambiente a Bruxelles già prenotano un secondo incontro mondiale per definire, una volta per tutte, gli impegni delle nazioni per combattere il global warming. L'appuntamento decisivo sarà in Messico tra un anno. Quando i Paesi dell'Onu potranno firmare un accordo vincolante. Per quest'anno la conferenza mondiale sul clima dovrà accontentarsi di una sterile intesa politica. Il risultato che uscirà dagli incontri di Copenaghen sarà infatti un documento di sei o sette pagine, che rimanderà la definizione dei target di riduzione delle emissioni di Co2 al 2010. Non è un caso se dall'Italia il ministro Stefania Prestigiacomo lancia i primi segnali: «Probabilmente fra due settimane a Copenaghen non sarà firmato un accordo legalmente vincolante. Sarà invece possibile raggiungere un'intesa politica forte che rimandi a un trattato vincolante a breve. E questo non sarà certo un fallimento ma il primo dei due tempi di un accordo storico sul clima condiviso da tutti i paesi del mondo». Ma anche sull'accordo politico le perplessità sono più di una. Nelle poche pagine del documento finale si parlerà di riduzione del 50 per cento delle emissioni entro il 2050: un target troppo comodo, un impegno troppo a lungo termine che, confermano dal Ministero dell'Ambiente, non risolve nulla. Di questa percentuale, inoltre, l'85 per cento dei tagli sarà a carico dei Paesi in via di sviluppo, ma nessuno preciserà le ripartizioni delle quote di riduzione tra le nazioni. Di fatto, quindi, sarà un impegno di massima, un documento molto simile a quello partorito al G8 dell'Aquila. Se Copenaghen diventerà ufficialmente un appuntamento di transizione nella lotta ai cambiamenti climatici, lo si dovrà principalmente a Stati Uniti, Cina e India, i maggiori Paesi inquinanti che non sono disposti a pagare il prezzo dei tagli di Co2. New Dheli ancora ieri torna a porre le sue condizioni, con l'appoggio di Pechino: nessun vincolo sulla riduzione delle emissioni, nessun controllo e verifica delle azioni dei Paesi in via di sviluppo che non sono supportati da finanziamenti e tecnologie dei Paesi industrializzati e la dichiarazione politica finale deve richiedere ai Paesi industrializzati di non imporre barriere economiche, nel nome dei cambi climatici contro beni esportati da Paesi in via di sviluppo. Diverso il discorso per l'America. Barack Obama ha un problema tutto interno. Gli States non possono firmare accordi legalmente vincolanti senza il parere positivo del Congresso. Parere che oggi è negativo: al Senato si è deciso di non votare l'emendamento Kerry, che avrebbe dato il via libera a un mandato ufficiale. Inoltre la qualità della proposta americana è scarsa, spiegano a Bruxelles, e lascerebbe insoddisfatte le altre nazioni. Tanto che l'Europa non potrà aumentare i target del pacchetto clima-energia, il pacchetto 20-20-20, al 30 per cento come aveva auspicato. Il risultato sarà un 2010 di negoziati incandescenti tra tagli di Co2, investimenti e battaglie per le quote di emissioni. In attesa che in Messico il mondo firmi un accordo definitivo, stavolta vincolante per tutti, lanciando un salvagente al Pianeta.
Visualizzazione post con etichetta Pubblicato su "AnalisiEsteri" il 02/12/2009. Mostra tutti i post
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mercoledì 2 dicembre 2009
E C'E' GIA' CHI PENSA A "COPENAGHEN 2"....
di Fabio Perugia
L'umore che si respira all'Unione europea è pessimo. E i tecnici dell'ambiente a Bruxelles già prenotano un secondo incontro mondiale per definire, una volta per tutte, gli impegni delle nazioni per combattere il global warming. L'appuntamento decisivo sarà in Messico tra un anno. Quando i Paesi dell'Onu potranno firmare un accordo vincolante. Per quest'anno la conferenza mondiale sul clima dovrà accontentarsi di una sterile intesa politica. Il risultato che uscirà dagli incontri di Copenaghen sarà infatti un documento di sei o sette pagine, che rimanderà la definizione dei target di riduzione delle emissioni di Co2 al 2010. Non è un caso se dall'Italia il ministro Stefania Prestigiacomo lancia i primi segnali: «Probabilmente fra due settimane a Copenaghen non sarà firmato un accordo legalmente vincolante. Sarà invece possibile raggiungere un'intesa politica forte che rimandi a un trattato vincolante a breve. E questo non sarà certo un fallimento ma il primo dei due tempi di un accordo storico sul clima condiviso da tutti i paesi del mondo». Ma anche sull'accordo politico le perplessità sono più di una. Nelle poche pagine del documento finale si parlerà di riduzione del 50 per cento delle emissioni entro il 2050: un target troppo comodo, un impegno troppo a lungo termine che, confermano dal Ministero dell'Ambiente, non risolve nulla. Di questa percentuale, inoltre, l'85 per cento dei tagli sarà a carico dei Paesi in via di sviluppo, ma nessuno preciserà le ripartizioni delle quote di riduzione tra le nazioni. Di fatto, quindi, sarà un impegno di massima, un documento molto simile a quello partorito al G8 dell'Aquila. Se Copenaghen diventerà ufficialmente un appuntamento di transizione nella lotta ai cambiamenti climatici, lo si dovrà principalmente a Stati Uniti, Cina e India, i maggiori Paesi inquinanti che non sono disposti a pagare il prezzo dei tagli di Co2. New Dheli ancora ieri torna a porre le sue condizioni, con l'appoggio di Pechino: nessun vincolo sulla riduzione delle emissioni, nessun controllo e verifica delle azioni dei Paesi in via di sviluppo che non sono supportati da finanziamenti e tecnologie dei Paesi industrializzati e la dichiarazione politica finale deve richiedere ai Paesi industrializzati di non imporre barriere economiche, nel nome dei cambi climatici contro beni esportati da Paesi in via di sviluppo. Diverso il discorso per l'America. Barack Obama ha un problema tutto interno. Gli States non possono firmare accordi legalmente vincolanti senza il parere positivo del Congresso. Parere che oggi è negativo: al Senato si è deciso di non votare l'emendamento Kerry, che avrebbe dato il via libera a un mandato ufficiale. Inoltre la qualità della proposta americana è scarsa, spiegano a Bruxelles, e lascerebbe insoddisfatte le altre nazioni. Tanto che l'Europa non potrà aumentare i target del pacchetto clima-energia, il pacchetto 20-20-20, al 30 per cento come aveva auspicato. Il risultato sarà un 2010 di negoziati incandescenti tra tagli di Co2, investimenti e battaglie per le quote di emissioni. In attesa che in Messico il mondo firmi un accordo definitivo, stavolta vincolante per tutti, lanciando un salvagente al Pianeta.
L'umore che si respira all'Unione europea è pessimo. E i tecnici dell'ambiente a Bruxelles già prenotano un secondo incontro mondiale per definire, una volta per tutte, gli impegni delle nazioni per combattere il global warming. L'appuntamento decisivo sarà in Messico tra un anno. Quando i Paesi dell'Onu potranno firmare un accordo vincolante. Per quest'anno la conferenza mondiale sul clima dovrà accontentarsi di una sterile intesa politica. Il risultato che uscirà dagli incontri di Copenaghen sarà infatti un documento di sei o sette pagine, che rimanderà la definizione dei target di riduzione delle emissioni di Co2 al 2010. Non è un caso se dall'Italia il ministro Stefania Prestigiacomo lancia i primi segnali: «Probabilmente fra due settimane a Copenaghen non sarà firmato un accordo legalmente vincolante. Sarà invece possibile raggiungere un'intesa politica forte che rimandi a un trattato vincolante a breve. E questo non sarà certo un fallimento ma il primo dei due tempi di un accordo storico sul clima condiviso da tutti i paesi del mondo». Ma anche sull'accordo politico le perplessità sono più di una. Nelle poche pagine del documento finale si parlerà di riduzione del 50 per cento delle emissioni entro il 2050: un target troppo comodo, un impegno troppo a lungo termine che, confermano dal Ministero dell'Ambiente, non risolve nulla. Di questa percentuale, inoltre, l'85 per cento dei tagli sarà a carico dei Paesi in via di sviluppo, ma nessuno preciserà le ripartizioni delle quote di riduzione tra le nazioni. Di fatto, quindi, sarà un impegno di massima, un documento molto simile a quello partorito al G8 dell'Aquila. Se Copenaghen diventerà ufficialmente un appuntamento di transizione nella lotta ai cambiamenti climatici, lo si dovrà principalmente a Stati Uniti, Cina e India, i maggiori Paesi inquinanti che non sono disposti a pagare il prezzo dei tagli di Co2. New Dheli ancora ieri torna a porre le sue condizioni, con l'appoggio di Pechino: nessun vincolo sulla riduzione delle emissioni, nessun controllo e verifica delle azioni dei Paesi in via di sviluppo che non sono supportati da finanziamenti e tecnologie dei Paesi industrializzati e la dichiarazione politica finale deve richiedere ai Paesi industrializzati di non imporre barriere economiche, nel nome dei cambi climatici contro beni esportati da Paesi in via di sviluppo. Diverso il discorso per l'America. Barack Obama ha un problema tutto interno. Gli States non possono firmare accordi legalmente vincolanti senza il parere positivo del Congresso. Parere che oggi è negativo: al Senato si è deciso di non votare l'emendamento Kerry, che avrebbe dato il via libera a un mandato ufficiale. Inoltre la qualità della proposta americana è scarsa, spiegano a Bruxelles, e lascerebbe insoddisfatte le altre nazioni. Tanto che l'Europa non potrà aumentare i target del pacchetto clima-energia, il pacchetto 20-20-20, al 30 per cento come aveva auspicato. Il risultato sarà un 2010 di negoziati incandescenti tra tagli di Co2, investimenti e battaglie per le quote di emissioni. In attesa che in Messico il mondo firmi un accordo definitivo, stavolta vincolante per tutti, lanciando un salvagente al Pianeta.
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